Zootecnia, l’impronta italiana è più leggera

17 maggio 2016 by

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La water footprint degli allevamenti made in Italy è un modello virtuoso da seguire, soprattutto per l’ampio ricorso ad acqua piovana (l’87% è green water) e per l’alternanza di allevamenti intensivi ed estensivi.

 

Anche sull’acqua si possono lasciare impronte. Non parliamo ovviamente di fatti miracolistici , ma dell’impronta idrica, la famosa ‘traccia’ che ogni attività umana lascia sull’ambiente in termini di consumo di acqua.

 

Molto spesso chi sceglie una dieta vegetariana o vegana sottolinea l’alto consumo d’acqua richiesto per gli allevamenti rispetto all’agricoltura. Un j’accuse che l’industria zootecnica italiana ha cercato di reinviare al mittente, sottolineando le pratiche virtuose che il comparto ha saputo mettere in atto attraverso una gestione sostenibile degli allevamenti.

 

Rispetto alla media mondiale di 15.415 litri di acqua per 1 kg di carne bovina, infatti, l’Italia impiega 11.500 litri di acqua, di cui l’87% è costituito da “green water”, ovvero acqua proveniente da fonti rinnovabili. In altre parole, se si parla di acqua utilizzata per la produzione di carne, l’Italia ne impiega il 25% in meno, di cui solo 1.495 litri consumati effettivamente.

 

A livello complessivo l’intero settore delle carni (bovino, avicolo e suino) impiega per l’80-90% risorse idriche che fanno parte del naturale ciclo e che vengono restituite all’ambiente, come l’acqua piovana; solo il 10-20% dell’acqua necessaria per produrre 1 kg di carne viene quindi consumata.

 

In pratica, sottolineano i produttori di carne italiani, il dato noto di 15.500 litri di acqua per produrre 1 Kg di carne scende in realtà ad appena 930 litri (il 6%), se si considera che il 94% è composto da pioggia.

 

Un insieme di pratiche virtuose

Le ragioni del minore volume di acqua impiegata nelle produzioni italiane sono da ricercarsi nella combinazione di allevamenti estensivi ed intensivi, che permettono di ottenere una buona efficienza in termini di risorse impiegate per kg di carne prodotta. Oltre a questo è da osservare come la produzione bovina italiana avvenga prevalentemente nelle zone più vocate e con la maggiore disponibilità di acqua (per esempio lungo il fiume Po e i suoi affluenti).

 

C’è però un aspetto di metodo più generale che la zootecnia italiana, attraverso il portale Carni Sostenibili, ha tenuto a sottolineare: in questi calcoli, vengono sommate quantità di acqua molto diverse tra loro.

 

Il water footprint è dato dalla somma di tre contributi: l’acqua di evapotraspirazione utilizzata dalle piante per vivere (green water), l’acqua effettivamente utilizzata dai processi produttivi o per irrigare i campi (blue water) e l’acqua virtualmente necessaria a diluire e depurare gli scarichi (grey water). Per i prodotti agroalimentari, la componente di “acqua verdeè di gran lunga la più significativa delle tre, arrivando a costituire la quasi totalità dell’impatto.

 

Le tre sfumature dell’acqua

L’acqua effettivamente consumata per produrre carne (grey e blue water) si riduce quindi a quantità nettamente inferiori rispetto al dato complessivo. Inoltre, l’impiego di tecnologie avanzate di gestione idrica (per esempio il recupero e la depurazione) e di un suo corretto utilizzo durante la produzione agricola, contribuiscono a rendere le pratiche zootecniche più sostenibili.

 

Se si vuole impattare meno, comunque, il consiglio da seguire sta sempre nell’equilibrio. Considerando la quantità di carne bovina consigliata in una dieta bilanciata (2 porzioni da 70- 100 grammi alla settimana), emerge infatti che mangiare carne in giusta quantità non comporta un aumento significativo dell’impatto ambientale, arrivando ad un consumo effettivo di circa 300 litri di acqua alla settimana.

 

 

In America, il business della carne non conosce crisi

La scelta di stili alimentari vegetariani e vegani sta avendo un reale impatto sui consumi di oppure è una tendenza ancora di nicchia? Secondo i dati che arrivano dagli Stati Uniti, sembrerebbe più vera la seconda ipotesi. Nel giro di dieci anni, infatti, il settore zootecnico statunitense ha incrementato il valore del Pil di 123 miliardi di dollari. In particolare, tra il 2004 e il 2014 il settore ha registrato un aumento introiti pari a 21 miliardi di dollari. Inoltre, ha creato 645.629 nuovi posti di lavoro. A confermarlo, è il rapporto Economic Analysis of Animal Agriculture, pubblicato dall’organizzazione statunitense United Soybean Board.

Secondo il documento, nel 2014 il comparto zootecnico degli Usa ha contribuito a far crescere l’economia nazionale  di 440,7 miliardi di dollari, con ricavi pari a 76,7 miliardi (19,6 miliardi di dollari sono andati in tasse). Tutte queste cifre sono superiori a quelle registrate nel 2013, segno della crescita del settore.

Tra il 2013 e il 2014 il numero di impieghi nel settore è aumentato di 379.159 unità. In termini di produzione, la zootecnia ha contribuito a generare 43 milioni di dollari soltanto nello stato del Texas. In Iowa, California, Nebraska e North Carolina. In questi paesi, infatti, il settore zootecnico rappresenta uno dei principali protagonisti dell’economia statunitense. Insomma, la passione tutta a stelle e strisce per il barbecue sembra difficile da scalfire.

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