VIA: una riforma nel segno della ripresa

10 novembre 2017 by

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Le prime disposizioni legislative nazionali in materia di valutazione di impatto ambientale risalgono al 1998 con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del D.P.C.M. n. 377/1988, che, regolamentando le pronunce di compatibilità ambientale, rimandava direttamente alla legge n. 349/1986, recante istituzione del Ministero dell’ambiente. Diciotto anni dopo, la disciplina in materia di Via è entrata a far parte del testo unico ambientale (D.Lgs. n. 152/2006, parte II) e, a parte un paio di modeste riforme, non ha subito sostanziali modifiche.

 

In questo senso, il recente decreto legislativo 16 giugno 2017, n. 104, può essere visto come il primo importante provvedimento di riforma dopo il testo unico ambientale. Due i motivi alla base del nuovo decreto: il primo è di carattere legislativo e riguarda l’obbligo per l’Italia, come Stato membro della comunità europea, di attuare la direttiva 2014/52/UE che modifica la direttiva 2011/92/UE concernente la Via di determinati progetti pubblici e privati; il secondo, di carattere economico, emerge chiaramente dalla relazione di accompagnamento, laddove viene messa in luce la necessità di «sbloccare il potenziale derivante dagli investimenti in opere, infrastrutture e impianti per rilanciare la crescita sostenibile, attraverso la correzione delle criticità riscontrate da amministrazioni e imprese in merito alla disciplina vigente», nonché di rivedere la suddivisione di competenze tra Stato e Regioni che «ha contribuito a generare criticità nella gestione dei procedimenti di valutazione di impatto ambientale». Non a caso, dalla relazione illustrativa che ha accompagnato l’iter del provvedimento è emerso come il valore complessivo degli investimenti in opere statali oggetto di procedimenti di valutazione ambientale pendenti ammonti a circa 21 miliardi di euro, mentre i tempi medi per la valutazione di Via e per la verifica di assoggettabilità a Via sono, rispettivamente, di circa 3 anni e 11,4 mesi.

 

Per questi motivi, l’opera di riforma messa in atto dal decreto legislativo n. 104/2017 parte dalle finalità stesse della Via, che, per effetto del recepimento della direttiva 2014/52/UE, includono ora la protezione della salute umana, il contribuire, con un miglior ambiente, alla qualità della vita, il provvedere al mantenimento delle specie e la conservazione della capacità di riproduzione degli ecosistemi in quanto risorse essenziali per la vita. Per fare ciò, il procedimento di Via deve descrivere e valutare, in modo appropriato, per ciascun caso particolare, gli impatti ambientali di un progetto.

 

Parimenti importante è l’affiancamento, alla Via tradizionale, di due nuove fattispecie: la valutazione di impatto sanitario, finalizzata a stimare gli impatti complessivi, diretti e indiretti, che la realizzazione e l’esercizio del progetto può procurare sulla salute della popolazione e la valutazione d’incidenza, procedimento di carattere preventivo che si applica a qualsiasi piano o progetto che possa avere incidenze significative su un sito o su un’area geografica proposta come sito della rete Natura 2000.

 

Un nodo delicato che viene sciolto dal nuovo decreto (art. 5) riguarda la separazione tra le competenze statali e quelle regionali in materia di Via e relativa assoggettabilità. In particolare, dopo avere definito i progetti di competenza statale e quelli di competenza regionale, rispettivamente, agli allegati II, II- bis e III, IV del D.Lgs. n. 152/2006, viene stabilito che nel caso in cui autorità proponente di un progetto e autorità competente ai procedimenti di Via siano lo stesso soggetto è necessario separare in modo appropriato e nell’ambito dell’organizzazione delle proprie competenze amministrative le funzioni confliggenti che riguardano l’assolvimento dei compiti previsti dal decreto. Peraltro, regioni e province devono agire secondo quanto previsto dalla legislazione comunitaria e dagli articoli 19 e 27 del D.Lgs. n. 152/2006.

Altro punto importante è la messa a punto delle modalità per definire i contenuti dello studio di impatto ambientale (scooping), le cui procedure e contenuti sono regolamentati dall’articolo 10. In particolare, il soggetto proponente può richiedere una fase di consultazione con i soggetti competenti (a partire dall’autorità) in materia ambientale al fine di definire la portata delle informazioni, il relativo livello di dettaglio e le metodologie da adottare per la predisposizione dello studio di impatto ambientale; parimenti, la stessa procedura può essere richiesta dalla stessa autorità. L’iter prevede che la documentazione in formato elettronico inviata all’autorità sia pubblicata e resa accessibile sul sito web dell’autorità competente che comunica l’avvenuta pubblicazione a tutti i soggetti interessati. Dal momento della pubblicazione, l’autorità competente è chiamata a esprimere un parere sulla portata e sul livello di dettaglio delle informazioni da includere nello studio di impatto ambientale entro sessanta giorni.

 

Altri passaggi rilevanti sono la definizione dei contenuti dello studio di impatto ambientale (articolo 11), le procedure per la consultazione del pubblico, l’acquisizione dei pareri e le consultazioni transfrontaliere nell’ambito del procedimento di Via (articolo 13), l’accorpamento nel cosiddetto “provvedimento unico ambientale” di una nutrita serie di titoli abilitativi alla realizzazione del progetto (articolo 16), nonché l’inserimento di nuove categorie progettuali e l’ampliamento del campo di applicazione dell’allegato a una serie di impianti (articolo 22).

 

In conclusione, una riforma così articolata ed estesa non si spiega solo con la mera necessità di adempiere ad adeguamenti alla legislazione comunitaria, ma con la già richiamata esigenza di sbloccare il potenziale legato allo sblocco di investimenti finalizzati a opere, infrastrutture e impianti, sempre nel rispetto dell’ambiente.

 

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A cura della redazione di Now How

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