Un mare di plastica

18 novembre 2016 by

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Sembra un paradosso, ma rischia di essere il nostro futuro neanche troppo lontano. Secondo un rapporto della autorevole Ellen MacArthur Foundation – The New Plastics Economy: Rethinking the Future of Plastics, prodotto dalla fondazione e dal World Economic Forum col sostegno di McKinsey – di questo passo negli oceani ci sarà più plastica che pesci. Finirà così, se non si prenderanno misure draconiane per combattere quello che viene chiamato il “marine litter”, traducibile in “rifiuti solidi marini”, ovvero l’inquinamento di mari e oceani causato dai rifiuti di origine antropica.

Ogni anno almeno otto milioni di tonnellate di plastica – un camion dell’immondizia ogni minuto – finiscono sperse negli oceani del pianeta. Se non si ferma la tendenza in atto, si passerà a sedici milioni di tonnellate di plastica in mare entro il 2030, e poi a 32 milioni entro il 2050. Risultato, nello scenario business as usual (in cui nessuno muoverà un dito per cambiare la situazione) gli oceani conterranno una tonnellata di plastica per ogni tre tonnellate di pesce entro il 2025. E nel 2050 ci sarà – appunto – più plastica che pesci nel mare.

 

La produzione della plastica è aumentata di venti volte dal 1964, raggiungendo nel 2014 quota 31 milioni di tonnellate. Secondo gli esperti, la produzione raddoppierà ancora nei prossimi venti anni e quadruplicherà entro il 2050. Oggi per fabbricarla si consuma il 6 per cento del petrolio estratto; tra 35 anni si arriverà addirittura al 20 per cento. La straordinaria fortuna di questo materiale – plasmabile ma anche resistente e duraturo, anzi sostanzialmente indistruttibile e in grado di restare nell’ambiente senza mutamenti per secoli – ha reso la plastica onnipresente nella vita di tutti noi. Ma l’incapacità di evitare che i prodotti in plastica finiscano nei fiumi e poi in mare ormai ha generato una vera e propria emergenza ambientale, il marine litter appunto.

Oggetti dispersi nell’ambiente volontariamente, per incuria (pesca, trasporto marittimo, abbandono di materiale, attività sulle coste), o a volte contro la volontà umana (affondamenti di navi, disastri vari, tempeste, e così via). Oggetti che non muoiono mai, e che semmai tendono ad aggregarsi in orrende “zuppe” di materiali di scarto più o meno aggregati che alcuni chiamano “isole di rifiuti” (Garbage Patch o Trash Islands). In queste zone è possibile rilevare una concentrazione di rifiuti pari a 25.000 – 100.000 pezzi per chilometro quadrato, materiali che di tanto in tanto scendono verso il fondo anche per lo sviluppo sulla loro superficie di microrganismi come alghe, spugne o mitili. Ma avviene anche un fenomeno ulteriormente peggiore: per l’azione fisica del mare e delle coste e per l’effetto della luce solare questi oggetti di plastica possono frammentarsi in “microplastiche”. Particelle molto piccole (meno di cinque millimetri) che vengono ingerite soprattutto dagli organismi marini che filtrano l’acqua e direttamente o indirettamente dai pesci, dai rettili, mammiferi e uccelli marini. E – di passaggio in passaggio – anche all’interno della nostra catena alimentare. Molte di queste microschegge, infatti, non sono distinguibili dal plancton di cui i pesci si nutrono. Così la plastica fa il suo ingresso nella catena alimentare e raggiunge quantità significative nei predatori più grandi: tonni, pesci spada e squali. E secondo gli esperti, rilascia inquinanti come gli ftalati che interagiscono a vario livello con la salute degli organismi marini. Ovviamente, poi, sono incalcolabili il numero di pesci, uccelli, mammiferi marini che vengono uccisi o mutilati da residui di plastica, come corde e reti, o uccisi perché la ingeriscono.

 

Le possibili soluzioni

Che fare per evitare questo futuro davvero inquietante? Intanto, dice il rapporto della Fondazione Ellen MacArthur, bisogna cambiare l’attuale destinazione della plastica. Oggi solo il 5 per cento della produzione viene riciclata; il 40% finisce in discarica, il 33% si sperde nell’ambiente, mari compresi, quel che avanza finisce bruciato e viene sostituito da sempre nuova plastica che consuma petrolio e risorse. La strada suggerita è quella dell’applicazione delle regole dell’economia circolare: uso, riuso, e riciclaggio. Ma serve che l’industria faccia un bel salto di qualità, adottando un packaging più intelligente, eliminando le plastiche più difficili da riciclare – come il cloruro di polivinile, il PVC, e il polistirene espanso, l’EPS; ridisegnando gli oggetti di plastica affinché sia più facile riusarli, ripensando i processi produttivi, e sviluppando plastiche computabili utilizzabili su larga scala. Ma anche nell’immediato si possono adottare soluzioni urgenti. Il primo passo è favorire la presa di coscienza del problema, cambiando abitudini grandi e piccole e favorendo in tutti i modi possibili la riduzione degli apporti di materiale che può diventare marine litter. A cominciare dalle procedure per lo smaltimento dell’attrezzatura da pesca, che va fatto correttamente a terra. Un’altra carta da giocare certamente è il recupero organizzato e sistematico del marine litter, sia sui litorali che al largo, ideando sistemi di raccolta della plastica galleggiante e di quella scesa nei fondali marini. In tanti stanno pensando ora soluzioni più o meno creative.

 

Secondo alcuni studi – come il rapporto della ONG Ocean Conservancy Stemming the Tide – la scelta vincente per fronteggiare immediatamente l’emergenza sarebbe quella di intervenire in modo concentrato su cinque paesi, che secondo l’indagine originano un po’ più della metà dei rifiuti di plastica che finiscono in mare. Si tratta di Cina, Indonesia, Filippine, Taiwan e Vietnam, paesi dell’Asia Orientale che hanno registrato negli ultimi anni una impetuosa crescita economica e del tenore di vita, che si è tradotta presto nell’incremento folle del consumo di plastica (prima) e del suo abbandono in mare (poi). Investendo cinque miliardi di dollari ogni anno in alcune misure mirate in questi paesi per chiudere le falle del processo e per dare valore alla plastica – come la trasformazione in energia e gas della plastica, l’aumento della raccolta organizzata, il controllo delle discariche, e la selezione anche manuale dei rifiuti in plastica – secondo il rapporto si potrebbe ridurre del 65% l’abbandono di plastica in mare entro il 2025. E azzerarlo totalmente entro il 2035.

 

E il Mediterraneo?

Ma se il Pacifico è in crisi, purtroppo però anche il nostro Mediterraneo è in grave pericolo. I risultati delle analisi realizzate dai biologi e dai ricercatori di Ispra, dalle Arpa regionali e dal CNR, anche nell’ambito di programmi di ricerca europei, sono già allarmanti. Secondo una recente indagine di Goletta verde di Legambiente, del totale dei rifiuti galleggianti, il 95% è costituito da plastica: soprattutto teli (39%) e buste di plastica, intere e frammentate (17%). Il mare più denso di rifiuti galleggianti è il Tirreno centrale con 51 rifiuti per kmq (la media è di 32). Le zone più dense sono quelle antistanti la costa tra Mondragone (Caserta) e Acciaroli (Salerno), dove sono stati contati 75 rifiuti per kmq. In generale, il 54% dei rifiuti ha una presunta origine urbana e domestica, e sono rifiuti sostanzialmente mal gestiti; il 32% deriva da attività produttive e industriali, in primis dalla pesca, dal turismo costiero, agricoltura, discariche abusive ma anche attività portuali, di diporto e trasporti commerciali.

 

Di Roberto Giovannini

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