Terremoto: il racconto di un tecnico volontario della Protezione Civile

23 febbraio 2017 by

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Mentre si contano ancora i danni dell’ultimo terremoto in Centro Italia e le scosse continuano a minacciare le popolazioni già colpite, Now How ha intervistato l’architetto monzese Antonio Castagnella[1], partito ad Accumoli come volontario della Protezione Civile e tecnico agibilitatore al servizio dei residenti che hanno visto le proprie abitazioni distrutte o danneggiate dal sisma.

 

NH – Da cosa nasce la scelta di diventare tecnico volontario della Protezione Civile?

 

AC – Anni fa ero rimasto profondamente colpito dal terremodo dell’Aquila e, facendo una scelta azzardata, decisi di cimentarmi in qualcosa di complicato e, ad una prima analisi, lontana dal mondo dei miei studi di architettura, ma per cui il lavoro fatto fianco a fianco ai miei colleghi potesse non solo darmi la prova del fatto che stavo imparando, ma fornire anche un servizio civico con in più la consapevolezza della mia forma-mentis, forse un po’ da artista.

Rimasi affascinato dall’intervento di alcuni volontari operanti all’interno di edifici danneggiati e così scrissi alla sezione di Protezione Civile della mia città, Monza, chiedendo informazioni su possibili corsi per diventare architetto agibilitatore, ma non c’erano ancora le autorizzazioni necessarie per attivarli e quindi, se volevo, potevo cominciare con il corso base per semplice volontario.

Nell’attesa, superai anche quella prova e, finalmente, nel 2013 il Consiglio Nazionale in collaborazione con l’Ordine degli Architetti riuscì ad organizzare la formazione di un piccolo gruppo.

Dopo quasi quattro mesi di studio e un esame che mi ha fatto sudare sette camicie, riuscii ad ottenere la qualifica che mi dà l’onore di far parte del Nucleo Tecnico della Lombardia, 90 professionisti, che in caso di emergenza, possono prestare la loro esperienza come volontari per aiutare le popolazioni colpite da calamità.

 

NH – Che ruolo svolge questo tipo di figura in caso di calamità naturali?

 

AC – Diventare un censore dei danni post-sisma significa prepararsi a qualcosa che, si spera, non avvenga mai.

Si mette in conto di essere un po’ come il protagonista del Deserto dei Tartari, Giovanni Drogo, che aspetta per un tempo incommensurabile di vedere apparire il Nemico all’orizzonte per dare ragione al suo compito.

Nell’attesa dell’“occasione”, che volevo, anche per dare un senso a quello che avevo studiato, non avevo mai pensato a quello che avrei potuto vivere.

Poi, quando una mattina di fine agosto ho acceso la TV e ho visto quello che era successo durante la notte in un paese del Centro Italia, ho cominciato a pensarci con maggiore intensità,  anche se si trattava ancora di immagini virtuali, che non restituivano la vera realtà fatta da distruzione.

I rilievi, di solito, cominciano sempre dopo la fase di organizzazione del territorio, i primi chiamati ad intervenire sono quelli delle zone più vicine all’emergenza, ma, ovviamente, non sono in numero sufficiente e quindi vengono interpellati anche quelli più lontani.

 

NH – E dunque è partito per Accumoli. Cosa l’ha colpita maggiormente in questa esperienza?

 

AC – Il primo giorno è stato uno shock, il silenzio dato dalla furia della natura è un colpo che va dritto al cuore e poi gli sguardi degli abitanti possono emozionare anche i più temerari e imperturbabili, ma ho trovato anche tanta speranza e voglia di collaborare e così ho visto il geometra preparare la documentazione necessaria all’architetto e questo collaborare anche con un ingegnere americano super esperto di strutture direttamente arrivato da un’università della California.

Impari a fare squadra, a dare il giusto peso, anche sul lavoro, all’empatia, a mantenere la freddezza del professionista, a controllare le emozioni, sebbene inevitabilmente coinvolto come uomo.

In zona rossa  vengo accompagnato da tre vigili del fuoco, che si stupiscono della pignoleria con cui indico ad una signora come si indossa l’elmetto e a cosa fare attenzione, “queste sono cose che ho imparato lavorando” rispondo subito.

Nella settimana trascorsa in quelle terre spesso mi è stata data erroneamente la qualifica di ingegnè, per dirla alla maniera degli accumolesi, ma alla fine poco è importato se poi non lo sono, è l’aspetto umanitario, con il quale mi sono più volte misurato, che prevarica logicamente sul tutto.

Le giornate sfilano tutte così, sveglia all’alba e sopralluoghi fino a che c’è luce, e poi giunge la sera, quando arrivano, per fortuna,  anche i messaggi di solidarietà e di incoraggiamento da colleghi e amici.

 

NH – Tornerà a prestare aiuto nelle zone del terremoto?

 

AC – Una volta tornato al solito tran-tran, quando nella memoria appaiono come immagini lontane i visi delle persone incontrate, molti segnati dalla perdita di tutto, la vita quotidiana  entra in forte contrasto coi ritmi dei giorni precedenti. Chi ho conosciuto lì ancora mi chiama, mi chiede di non dimenticare quelle terre martoriate e di ritornare il prima possibile.

Il senso che questa esperienza mi ha lasciato davvero, oltre logicamente ad una notevole forza interiore, solo il tempo potrà dirlo. Certo è che vorrei ritornare.

 

 

Nota: Antonio Castagnella è stato intervistato dal Giornale di Monza, che ha raccontato la sua esperienza in questo articolo.

 

A cura della redazione di Now How

 

[1]  Antonio Castagnella, laureato in architettura al Politecnico di Milano, lavora per MWH a Milano come disegnatore dal 2009.

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