Sottoprodotti: un aiuto per l’economia circolare?

07 aprile 2017 by

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L’economia circolare, come noto, propone modelli di consumo delle risorse e di produzione di beni che, ispirandosi ai cicli della natura, sono in grado di rigenerarsi facendo leva sulla capacità dei materiali biologici di venire riassorbiti dalla biosfera e sulla possibilità di reimpiegare i materiali tecnici. Un tassello fondamentale all’interno delle politiche di economia circolare, tanto da essere ripetutamente oggetto di interventi legislativi e giurisprudenziali, sono i cosiddetti residui di produzione, sui quali da sempre si è giocata la partita del “rifiuto/non rifiuto”, anche con riferimento alla disciplina dell’ “end of waste”.

 

Non a caso, il legislatore del recente decreto del ministero dell’Ambiente, della tutela del territorio e del mare 13 ottobre 2016 n. 264 che ha fissato i «criteri indicativi per agevolare la dimostrazione della sussistenza dei requisiti per la qualifica dei residui di produzione come sottoprodotti e non come rifiuti» ha ricordato nelle premesse come i sottoprodotti contribuiscano alla dissociazione della crescita economica dalla produzione di rifiuti, favorendo l’innovazione tecnologica per il riutilizzo di residui di produzione nel medesimo o in un successivo ciclo produttivo, limitando la  produzione di rifiuti e riducendo il consumo di materie prime vergini.

 

I criteri, pur essendo solo “indicativi” e non vincolanti, richiedono, tuttavia, una doppia “garanzia” prima di attribuire la qualifica di “sottoprodotto” a un residuo di produzione; in pratica, non basta che ci sia la certezza del riutilizzo, ma è necessaria anche una verifica sull’effettivo riutilizzo. A questo scopo, il decreto ha previsto l’istituzione, presso le Camere di commercio territorialmente competenti, di un apposito registro dei produttori e degli utilizzatori di sottoprodotti, contenente, oltre alle generalità dei soggetti (la cui iscrizione è comunque gratuita), le caratteristiche dei sottoprodotti. L’elenco, inoltre, dovrà avere natura pubblica ed essere consultabile sul sito web della Camera di commercio o su uno indicato dalla stessa Cciia.

 

Non solo; produttore e utilizzatore dovranno dimostrare l’intenzione di attribuire lo status di “sottoprodotto” a un determinato residuo di produzione sia organizzando un sistema di gestione che copra tutte le fasi del processo (deposito e trasporto inclusi) sia stipulando contratti (tra loro, ma anche con eventuali intermediari) dai quali emergano le caratteristiche tecniche dei sottoprodotti e il fatto che le modalità di utilizzo risultino in grado di generare utilità economica o di altro tipo. In assenza di questa documentazione dovrà comunque essere redatta, per ciascun sottoprodotto, una scheda tecnica numerata, autenticata e gestita in base alla normativa sui registri Iva, contenente le informazioni (dettagliate nell’allegato 2 al decreto) necessarie per verificare le caratteristiche del residuo e la conformità dello stesso rispetto al processo di destinazione e all’impiego previsto.

 

Precise anche le disposizioni da osservare durante il deposito e il trasporto del sottoprodotto, sostanzialmente finalizzate a evitare: contaminazioni con rifiuti e/o prodotti con caratteristiche chimico-fisiche differenti o destinati a utilizzi diversi; impatti ambientali; sforamenti nella tempistica massima prevista per il deposito; modalità di utilizzo diverse da quelle concordate.

Non manca, ovviamente, la parte relativa a controlli, ispezioni e prelievi che le autorità competenti possono effettuare per verificare il rispetto delle disposizioni del decreto.

 

Particolare, infine, l’allegato 1 al decreto 13 ottobre 2016 n. 264, che si occupa in maniera specifica delle cosiddette “biomasse residuali” – cioè quelle con caratteristiche assimilabili a un residuo di produzione (non deliberatamente prodotte in un processo di produzione e poter essere o non essere un rifiuto) – destinate alla produzione di biogas e di energia mediante combustione.

In conclusione, il nuovo decreto sui sottoprodotti rappresenta uno strumento utile per lo sviluppo e la gestione di processi improntati all’economia circolare; l’aspetto che lascia perplessi – e che non mancherà di sollevare qualche difficoltà in fase applicativa – è la natura “indicativa” (e non vincolante) dei criteri riportati che, di fatto, smorzano l’effettiva portata del provvedimento, ridimensionando le disposizioni contenute a “suggerimenti” per le imprese.

 

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A cura della Redazione di Now How

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