Sostenibile sì, ma quanto? Ve lo dice il Life Cycle Assessment (LCA)

30 gennaio 2018 by

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Introduzione

Da alcuni anni il termine “sostenibilità” è entrato nel lessico quotidiano di amministratori pubblici e privati, indice di uno sforzo verso l’introduzione di strumenti per la riduzione degli impatti ambientali delle attività legate ai servizi ed alla produzione di beni.

Spesso tuttavia restano importanti limitazioni nei processi decisionali di selezione di strategie sostenibili, legate al fatto che la sostenibilità è intesa come un concetto di tipo qualitativo, non definito da indicatori misurabili e calcolati con metodi trasparenti.

Nell’ambito degli strumenti di valutazione quantitativa degli impatti ambientali, per molti anni l’attenzione è rimasta focalizzata su singoli impatti, ad esempio i consumi energetici o l’impronta idrica o le emissioni di determinati composti in atmosfera. Questi elementi restano importanti, tuttavia non rispecchiano la totalità degli impatti ambientali di un prodotto o servizio e la complessità delle loro relazioni. Considerare un solo aspetto può portare a soluzioni non ottimali o addirittura controproducenti.

Gli approcci di valutazione degli impatti ambientali basati sulla considerazione dell’intero ciclo di vita di un prodotto/servizio (Life Cycle Thinking, LCT) si basano sull’inclusione nei modelli di calcolo di tutte le fasi di approvvigionamento, produzione, distribuzione, utilizzo e smaltimento dei prodotti. Sono inoltre considerati tutti i maggiori impatti ambientali derivanti dalle varie fasi del ciclo di vita: utilizzo di materie prime, emissioni in atmosfera, consumo idrico, produzione di rifiuti, per citare i principali, cui si possono aggiungere il potenziale di eutrofizzazione, l’impatto sulle piogge acide, il consumo di ozono, la cancerogenicità ecc.

 

La storia

Gli albori del Life Cycle Assessment (LCA) risalgono agli anni 60, quando il rapido sviluppo economico e industriale dei Paesi occidentali ha fatto emergere il tema del costo degli approvvigionamenti e delle limitatezza di materie prime ed energia.  Uno dei primi studi basati sul calcolo dei consumi energetici e del consumo di materie prime è stato presentato al World Energy Conference del 1963 da Harold Smith, dirigente della canadese Douglas Point Nuclear Generating Station.

Nel 1969 una ricerca comparativa commissionata dalla Coca Cola Company confrontò l’utilizzo di risorse naturali e le emissioni nell’ambiente derivanti dalla produzione di diversi recipienti per le bevande, per valutare la soluzione a minore impatto ambientale. Questo studio pose le basi del LCA negli Stati Uniti e costituì un esempio per la conduzione di simili modelli comparativi da parte di industrie statunitensi ed europee nei primi anni ’70.

Le crisi petrolifere degli anni ’70 attrassero l’interesse su questo tema di politici e amministratori. In questo periodo negli Stati Uniti furono sviluppati i primi protocolli di calcolo, validati da EPA e da rappresentanti industriali, e fu avviato il lavoro di definizione di metodologie standardizzate e verificabili.

Negli anni ’80 e ’90 le metodologie statunitensi sono state affinate e in Europa sono state sviluppate metodologie parallele. Nel 1985 è stata emessa la Direttiva EC 85/339 sugli imballaggi per bevande che impone alle aziende degli Stati membri di monitorare i consumi di materie prime e la generazione di rifiuti.

Nel 1991 undici State Attorneys General negli USA hanno emesso una dichiarazione denunciando l’uso improprio del LCA per promuovere il consumo di alcuni prodotti, con lo scopo di scoraggiare l’uso di questo strumento finché non fossero ufficialmente riconosciuti metodi uniformi per condurre gli studi. Questa azione, unita alle pressioni da parte di organizzazioni ambientaliste per controllare e standardizzare ulteriormente i metodi, hanno portato all’inserimento degli strumenti LCA negli standard ISO della serie 1400.

Nel 2002 United Nations Environment Programme UNEP e Society of Environmental Toxicology and Chemistry SETAC si sono unite per lanciare la Life Cycle Initiative, una collaborazione internazionale suddivisa in tre programmi LCM, LCI, LCIA, con lo scopo di diffondere e mettere in pratica i principi del life cycle thinking e migliorare gli strumenti di modellazione con dati e indicatori migliori.

 

Il presente

LCA è strumento a supporto delle strategie di produzione e consumo sostenibili che consente di prendere decisioni informate. I modelli di Life Cycle Assessment (LCA), a seconda del loro scopo e dei limiti dello studio, possono essere molto complessi. La struttura individuata dalle norme ISO si articola in quattro fasi:

1. Individuazione dell’unità di prodotto e schematizzazione del suo ciclo di vita;

2. Definizione dello scopo dell’analisi;

3. Creazione della banca dati (scambi di massa ed energia in ogni fase del ciclo di vita);

4. Stesura del modello e calcolo.

 

Spesso gli esiti della valutazione LCA di un prodotto, o del confronto tra prodotti, sono contro intuitivi o variabili a seconda del contesto o a seconda della fase del ciclo di vita considerata.

Ad esempio, studi LCA dimostrano che l’utilizzo di borse per la spesa in carta non è sempre una scelta “più sostenibile” del ricorso alle buste in plastica. A parità di unità di prodotto (una borsa) il peso della borsa di carta è maggiore, quindi per servire lo stesso numero di clienti (stesso numero di borse) è necessario consumare più carburante per il trasporto delle borse dalla fabbrica al supermercato. La borsa di carta diventa più sostenibile dal punto di vista delle emissioni in atmosfera solo se riutilizzata da ogni cliente oltre un certo numero di volte (numero determinato in base alla differenza di peso tra le due unità di prodotto, le distanze degli stabilimenti produttivi dai supermercati, ecc). https://www.gov.uk/government/uploads/system/uploads/attachment_data/file/291023/scho0711buan-e-e.pdf

 

Un altro esempio mostra come consumare un prodotto alimentare a “chilometri zero” non sia necessariamente una scelta più “sostenibile” del consumo dello stesso prodotto importato. I maggiori consumi energetici associati al trasporto al luogo di consumo dei prodotti importati (impatto del trasporto) potrebbero essere compensati e superati dai maggiori consumi energetici sul luogo di produzione dei prodotti locali (impatto della produzione). Ad esempio questo accade nel confronto tra carni ovine di produzione neozelandese e scozzese per il consumatore europeo. L’impatto della produzione europea può essere determinante per via delle alte emissioni di gas serra legate dell’uso di fertilizzanti, alla produzione di mangimi industriali ed alle diverse tecniche di allevamento. http://pubs.acs.org/doi/pdf/10.1021/es702969f

 

Gli studi LCA mostrano anche come in alcuni casi il contributo del consumatore possa essere determinante: ad esempio l’impatto ambientale di un prodotto alimentare può variare significativamente a seconda che la cottura avvenga su fornello a gas o elettrico. Questi esempi mostrano l’importanza del ricorso a strumenti quantitativi validati per individuare metodi di produzione e consumo a minor impatto ambientale.

 

Il ricorso al LCA è promosso dalla Commissione Europea (Integrated Product Policy Communication (COM (2003)302) http://eplca.jrc.ec.europa.eu/), dai Regolamenti EMAS (Reg. 1221/2009) e Ecolabel (Reg. 61/2010) e da ISPRA (http://www.isprambiente.gov.it/it/certificazioni/ipp/lca). Il Ministero dell’Ambiente ha promosso nel 2011 un’iniziativa di collaborazione pubblico-privato per la valutazione dell’impronta ecologica dei prodotti e servizi (http://www.minambiente.it/pagina/made-green-italy).

 

 

A cura di Cecilia Razzetti

 

 

Cecilia Razzetti

Cecilia Razzetti
Ricopre il ruolo di Senior Project Manager presso Stantec. Ha un passato accademico in cui si è specializzata in bonifiche di siti contaminati e da 13 anni lavora come consulente ambientale per clienti italiani ed internazionali. Appassionata di temi ambientali, guida l’auto per necessità, ma è ibrida. Coltiva orchidee ed erbe aromatiche in un cortile milanese e resiste!

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