Smart Working: verso un ecosistema collaborativo

09 settembre 2016 by

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La parola ecosistema, desunta dalle scienze naturali, descrive un contesto aperto, interconnesso e dinamico. Esattamente il contrario della maggior parte degli ambienti lavorativi d’ufficio, tradizionalmente caratterizzati da chiusura, separazione, staticità. Se dai tempi di Taylor e Ford a oggi si è continuato e si continua a lavorare così significa che, al netto dei lati positivi e negativi, i sistemi per lo più chiusi degli uffici aziendali non devono dispiacere troppo alle masse di persone che li frequentano su base giornaliera.

 

Anche in ambienti così rigidi e conservativi periodicamente nasce il bisogno di qualche ondata di novità, anche se le idee dotata di un reale potenziale di cambiamento spesso finiscono per annegare in un mare di  promesse destinate ad avere un impatto per lo più estetico o comunque di breve periodo. Per esempio,  da qualche tempo ormai non si fa che parlare di lavoro agile, flessibile e intelligente. Con queste espressioni si indicano nuove modalità di lavoro orientate da un lato a una rilettura più dinamica di spazi e strumenti d’ufficio ( i cosiddetti “smart space”), dall’altro a un’interpretazione più flessibile degli orari sul posto di lavoro, contemplando anche l’opportunità di lavorare fuori di esso (pratiche riassunte dall’espressione “flexible work”).

 

Data l’attenzione generata dal tema smart working, in Italia amplificata da un’ormai imminente Legge a riguardo, è il caso di porsi una domanda: queste nuove modalità di collaborazione possono finalmente condurre a qualche cambiamento ispirato alla logica dell’ecosistema? O si tratta di un’altra moda passeggera? Realisticamente, potremo rispondere a questo interrogativo solo fra dieci, forse vent’anni. A ogni modo, quel che già ora si può forse intravedere è che il lavoro “smart” può risultare più intelligente di quello che l’ha preceduto quanto meno sotto un aspetto: se fino a oggi sono stati gli spazi a determinare le relazioni che prendono vita al loro interno, le nuove modalità di lavoro promettono da questo punto di vista di cambiare completamente le cose.

 

Si tratta di un abbattimento di barriere che oggi esistono a più livelli: fra scrivania e scrivania, fra ufficio e ufficio, fra azienda e ambiente esterno e in generale fra vita lavorativa e vita provata. Abbattere barriere e oltrepassare confini significa acquisire libertà di movimento e azione, essere chiamati a conquistare uno spazio lavorativo nuovo che evoca le caratteristiche di apertura, interconnessione e dinamismo citate in apertura in riferimento all’idea di ecosistema. E sono le relazioni a diventare guida per l’utilizzo degli spazi, il che giustifica l’uso del termine rivoluzione per parlare di questo possibile cambiamento.

 

Come tutte le rivoluzioni, anche quella che stiamo ipotizzando non può essere priva di fatiche, abbandoni e potenziali traumi. A essere messo sotto pressione è anzitutto è il fronte delle abitudini radicate in decenni di lavoro “vecchio stile”. E la dimensione maggiormente sconvolta è quella delle dinamiche di responsabilità e dipendenza. Il lavoro agile cambia tutto, da questo punto di vista, ed è il caso di dire con forza che senza organizzazioni votate alla trasparenza, capi orientati alla fiducia e collaboratori pienamente responsabili questo cambiamento non può nemmeno iniziare. E quando non ha inizio, è per la paura di perdere controllo, potere e sicurezze. Per questo lavorare in maniera agile presuppone un approccio al lavoro molto, molto maturo.

 

In secondo luogo, a essere rimesse in gioco sono le consuetudini e le zone di confort legate alla fisicità degli ambienti lavorativi. È davvero molto logico e razionale affermare che il termine “lavoro” non corrisponde tanto a un posto in cui stare, quanto a una serie di cose da fare. Quando si presenta questa considerazione a chi lavora in azienda, di solito ci si sente rispondere con ovvie conferme dalla maggior parte degli interpellati. Peccato che queste stesse persone si sentano poi del tutto disorientate – spesso delegittimate, sicuramente impaurite – di fronte all’opportunità di non lavorare più a una scrivania fissa e magari addirittura fuori da un ambiente riconoscibile come “ufficio”.

 

Fra abitudini mentali e fisiche, a essere messi in discussione sono un senso dell’appartenenza e un approccio alla valutazione delle persone prettamente basati sulla presenza fisica e su un “lavorare insieme” che non è sinonimo di reale collaborazione o di particolare efficacia ma solo di coesistenza in un medesimo ambiente. Per questo, una delle primissime reazioni al cambiamento di modalità di lavoro è la paura della perdita di punti di riferimento, di legami e di prossimità all’azienda “che conta”.

 

Abbiamo visto comparire più volte il termine paura. E quest’ultima può essere contrastata solo da un grande coraggio e dalla volontà di compiere, a livello organizzativo e individuale, un balzo in avanti che per molti versi rappresenta un salto nel buio o per lo meno l’ingresso in un territorio ancora tutto da mappare. La capacità più importante in questo tipo di impresa esplorativa è quella di imparare, o forse meglio quella di saper disapprendere selettivamente quanto non più consono al contesto e continuare ad apprendere quanto è di volta in volta nuovo e utile, adattandosi ai mutamenti dell’ambiente. Questo tipo di  plasticità sarà in grado di dimostrarsi la caratteristica chiave delle imprese e delle persone capaci di sfruttare positivamente lo smart working per costruire finalmente dei veri ecosistemi lavorativi.

 

A cura di Dario Villa, Trivioquadrivio

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