Sicurezza energetica: il futuro del gas in Europa

21 giugno 2016 by

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Il “risiko del gas” europeo è sempre in agitato movimento. Proprio nei giorni scorsi la Commissione Europea ha varato un pacchetto di misure per la sicurezza energetica di qui al 2030. Un pacchetto che – una volta approvato da governi e Parlamento – mette al centro il gas come fonte energetica centrale dellUnione per i prossimi quindici anni, e che di conseguenza punta a rafforzarne ulteriormente la sicurezza delle forniture, con il controllo preventivo degli accordi su gasdotti e approvvigionamenti, e l’obbligo per i Paesi Ue di aiutarsi tra loro in caso di crisi. E si basa su un accentramento senza precedenti a Bruxelles delle decisioni strategiche sull’energia, a spese dell’autonomia degli Stati membri e delle grandi società energetiche.

 

Oggi le forniture energetiche europee dipendono in gran misura da Mosca (circa il 32% del totale del gas nel 2014, contro il 30% della Norvegia, il 14% dell’Algeria e il 9% del Qatar). È evidente a chiunque che in un quadro internazionale caratterizzato da una crescente instabilità politica qualche rischio c’è, anche se rispetto al 2006, l’anno della grande crisi energetica la situazione è migliorata. «Il gas può essere il ponte tra carbone e rinnovabili» e «sarà ancora una parte importante del sistema Ue almeno fino al 2030», afferma il Commissario Ue all’Energia Miguel Canete. Anno in cui si stima che i nostri bisogni saranno tra i 380 e i 450 miliardi di metri cubi l’anno, circa lo stesso volume di oggi. Come spiega il vicepresidente per l’Unione energetica, Maros Sefcovic, nel 2014 per il decimo anno consecutivo oltre metà dell’energia è arrivata da Paesi extraUnione, rendendo l’Ue ancora «di gran lunga troppo vulnerabile», anche se per ogni aumento dell’1% di efficienza energetica le importazioni di gas calano del 2,6%. Insomma, nonostante i progressi reali fatti dalla prima crisi energetica del 2006, l’Europa è ancora troppo vulnerabile a interruzioni significative delle forniture.

 

Il tentativo di Bruxelles è quello di accentrare per quanto possibile la supervisione dei contratti su infrastrutture e forniture. Passerebbe quindi da ex post a ex ante la supervisione sugli accordi intergovernativi per la costruzione dei gasdotti, come per esempio Nord Stream 2; la Commissione avrà 12 settimane per dare la sua opinione finale, col potere di bloccarli. Dal 2012 a oggi Bruxelles ha avuto da ridire su 17 accordi intergovernativi relativi a forniture o infrastrutture energetiche (di cui 6 relativi a South Stream, il gasdotto con cui la russa Gazprom puntava ad aggirare l’Ucraina): dei nove Paesi Ue invitati dalla Commissione a modificare o terminare un Iga, nessuno ha neanche vagamente mosso un dito.

 

Arriva anche l’obbligo di notifica dei contratti (volumi, punti di fornitura e clausole di sospensione, ma non i prezzi) nel caso in cui siano di durata superiore a un anno e riguardino quote di mercato con una soglia di allerta del 40%, in quanto diventano «rilevanti per la sicurezza delle forniture». È il caso, questo, dei contratti stipulati da molti paesi dell’Est e del baltico con Gazprom, ma è un discorso che potrebbe valere anche per la Germania, che se si raddoppiasse il gasdotto Nord Stream aprirebbe i suoi tubi al 60% di metano russo, e dovrebbe notificare tutti i suoi contratti commerciali con i russi. Infine, in caso di crisi energetica, come misura di extrema ratio ci sarà l’obbligo per i Paesi vicini di uno Stato rimasto a secco di gas di rifornirne case e servizi essenziali, anche se ciò dovesse penalizzare i propri “consumatori non protetti”, come le imprese. La cooperazione sarà a livello regionale, con i 28 Paesi divisi in 9 gruppi. L’Italia farà parte del gruppo in cui si trovano Austria, Slovenia, Croazia e Ungheria.

 

Per la maggior parte degli osservatori il nuovo pacchetto europeo sul gas va inevitabilmente in chiave anti-Russia e anti-Gazprom, anche se Sefcovic nega recisamente: «È una strategia che non è contro nessuno, ma per cittadini e imprese». Fatto sta che Bruxelles continua a vedere di pessimo occhio il progetto di Nord Stream 2: «viene presentato come un progetto commerciale – dice Sefcovic –  ma questi di solito non vengono discussi a così alto livello politico così tante volte». Ma come ammette lo spagnolo Canete, se fosse realizzato il raddoppio del gasdotto la Germania supererebbe il 40% di forniture da Gazprom, e attualmente già molti Stati dell’ex blocco sovietico sono totalmente dipendenti dal gas russo. Nei progetti di Bruxelles, come alternativa alle importazioni dall’est, c’è un potenziamento dei flussi di gas da Algeria e dalla Norvegia, che peraltro intende investire in nuove infrastrutture nel Mare di Barents. C’è gas in Egitto, a Cipro, in Israele; e l’Europa guarda con attenzione anche ai partner d’oltre oceano per quello naturale liquefatto (Gnl), dal Giappone a Canada e Usa, rilanciando un piano per la costruzione delle infrastrutture mancanti anche tramite i finanziamenti del Piano Juncker e la Connecting Europe facility. E c’è infine il “giacimento del risparmio”, ovvero l’aumento dell’efficienza attraverso la Strategia in materia di riscaldamento e raffreddamento. Il riscaldamento e il raffreddamento in ambito edilizio e industriale “sono responsabili di metà del consumo energetico dell’Ue – ricorda la Commissione – non solo: il 75% del riscaldamento e del raffreddamento è prodotto a partire da combustibili fossili”.

 

Il piano della Commissione giunge in un momento in cui grazie ai bassissimi prezzi del petrolio i paesi importatori si trovano in una – forse irripetibile – posizione contrattuale di grande forza. Diventerà realtà questo piano? Difficile dirlo: l’iter del pacchetto è lungo, e forse sarà completato solo a fine 2016. In più già tre anni fa Bruxelles tentò di imporsi – fallendo nettamente – su uno dei punti più controversi, cioè il potere di veto preventivo sui progetti infrastrutturali. Infine, mentre l’Italia tendenzialmente ha una posizione favorevole, è molto difficile giudicare come risponderà la Germania. Che come noto ha concretamente lavorato per favorire la cancellazione del progetto South Stream – con le relative commesse già vinte dalle società italiane come Saipem – per far virare il Cremlino sul raddoppio di un progetto tutto tedesco, il North Stream già entrato in funzione nel 2011.

 

Bruxelles riuscirà a stoppare il raddoppio del North Stream? Per adesso appare pressoché certa, dopo il duro faccia a faccia anche militare tra Turchia e Russia – anche la cancellazione del progetto Turkish Stream, un gasdotto che avrebbe potuto fornire all’Europa fino a 50 miliardi di metri cubi all’anno di gas russo. Ecco dunque perché la Russia di Vladimir Putin ha avviato con grande forza nuovi negoziati con la Bulgaria per provare a rianimare il progetto del South Stream, spingendo il gasdotto che verrebbe posato sui fondali del Mar Nero sino ai confini meridionali bulgari attraverso la creazione di un nuovo hub del gas nei pressi di Varna, sulla costa del mar Nero. Il progetto del “Bulgarian Stream” dovrebbe coinvolgere anche la compagnia nazionale bulgara, la Bulgarian Energy Holding. Intanto, continuano abbastanza tranquillamente le operazioni per la costruzione del Tap (Trans Adriatic Pipeline), il grande metanodotto intercontinentale che dai giacimenti dell’Azerbaigian porterà entro il 2020 10 miliardi di metri cubi annui di gas (raddoppiabili) in Europa con attracco sulla costa adriatica in provincia di Lecce.

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