Sedimenti da fondali: nuove regole dal Ministero dell’Ambiente

14 ottobre 2016 by

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Doppio intervento del Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare sul tema della movimentazione di sedimenti provenienti da corpi idrici. Sulla Gazzetta ufficiale del 6 settembre 2016, n. 208, sono stati, infatti, pubblicati il D.M. 15 luglio 2016, n. 172, «Regolamento recante la disciplina delle modalità e delle norme tecniche per le operazioni di dragaggio nei siti di interesse nazionale, ai sensi dell’articolo 5-bis, comma 6, della legge 28 gennaio 1994, n. 84» e il D.M. 15 luglio 2016, n. 173, «Regolamento recante modalità e criteri tecnici per  l’autorizzazione all’immersione in mare dei materiali di escavo di fondali marini».

 

Benché i due provvedimenti siano accomunati dal tema comune, le finalità risultano diverse.

 

Con il D.M. n. 172/2006, sono state messe a fuoco le istruzioni per compilare correttamente il progetto di dragaggio da presentare agli organismi competenti (ministeri dell’Ambiente e delle Infrastrutture e dei trasporti) sulla base della considerazione che un prerequisito essenziale per la fattibilità delle operazioni di dragaggio deve essere la riduzione ai minimi livelli possibili di rischi per l’ambiente. Il provvedimento indica, pertanto, una serie di dati da inserire obbligatoriamente nel progetto, dal cronoprogramma dei lavori alle metodologie scelte, dalla destinazione d’uso dei materiali dragati fino alle misure di mitigazione che si intende mettere in atto. Queste ultime possono variare a seconda delle caratteristiche delle aree oggetto di dragaggio (sensibilità, morfologia, profondità, eccetera), spaziando dalle barriere fisiche e/o a bolle d’aria fino alla più drastica chiusura, parziale o totale, dell’area di dragaggio.

 

Altrettanto importante è la necessità di tenere monitorato l’andamento dei lavori, secondo un preciso programma che prevede un controllo preventivo dei parametri chimico-fisico-biologici dell’area e una stima di come potrebbero variare, un monitoraggio in corso d’opera per stimare l’andamento dei valori e capire se si rendano necessarie eventuali misure di mitigazione, nonché un controllo a lavori conclusi per seguire l’effettivo recupero, in termini ambientali, della zona interessata dalle operazioni.

 

Precisato anche l’iter di approvazione che, come detto, prende le mosse dall’inoltro della domanda di autorizzazione ai due dicasteri (Infrastrutture e Ambiente), prosegue con il vaglio della commissione tecnica di verifica e, se nulla osta, porta a un primo decreto di approvazione del Ministero delle Infrastrutture, che viene poi trasmesso al Ministero dell’Ambiente, il quale, a sua volta, ha 30 giorni per approvare il tutto e rendere possibile la partenza dei lavori.

 

Il D.M. n. 173/2016, come detto, si occupa, invece, di definire procedure omogenee a livello nazionale per l’utilizzo di materiali di escavo di fondali marini o salmastri o di terreni litoranei emersi (si pensi, a solo titolo di esempio, al ripascimento degli arenili sottoposti a erosione a causa delle mareggiate invernali), arrivando a comprendere le aree portuali e costiere anche qualora facciano parte di un sito di interesse nazionale, ma solo nel caso in cui i materiali siano gestiti all’esterno.

 

 

Molto simile l’iter di approvazione della richiesta, la cui compilazione deve essere conforme al modello indicato nell’Allegato tecnico del D.M. n. 173/2016, e che deve essere inviata all’attenzione della regione competente e/o, se presente, della commissione consultiva locale per la pesca e l’acquacoltura. Una volta avuto il parere positivo da parte dell’autorità regionale (che comunque ha facoltà di chiedere ulteriori verifiche, eventualmente avvalendosi della consulenza di istituti esterni), i lavori possono prendere il via, fermo restando che la licenza non può superare i tre anni di validità, ai termine dei quali si rende necessario il rinnovo. Tutto questo, a patto che, durante i lavori, non emergano situazioni di disconformità rispetto a quanto garantito originariamente in termini di compatibilità delle operazioni effettuate con la salvaguardia dell’ambiente marino o, peggio ancora, si verifichino situazioni di emergenza o episodi di inquinamento, tutte fattispecie per le quali è prevista la revoca della licenza e il conseguente blocco dei lavori.

 

In conclusione, ciò che emerge di fondo dalla lettura dei due provvedimenti è la volontà, da parte del legislatore, di istituire regole precise e valide sull’intero territorio nazionale per garantire la fattibilità di operazionei di sicura rilevanza infrastrutturale ed economica (si pensi alla necessità di avere fondali più profondi per consentire  l’attracco di imbarcazioni di grandi dimensioni anche nei porti turistici), ma senza arrecare danno all’ambiente.

 

 

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