Rivoluzione agroalimentare in Cina, dalla quantità alla qualità (Approfondimento)

27 agosto 2015 by

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Caffè e birra, pizza e pasta, latte e formaggio,  vino e tiramisù.  Perfino l’acqua minerale. La rivoluzione dei consumi e della abitudini alimentari di milioni di cinesi passa anche da qui. Ma si tratta solo dell’aspetto più appariscente e immediato di un profondo mutamento che la Cina sta affrontando  e che riguarda l’agricoltura . “Malgrado il forte processo di industrializzazione intervenuto negli ultimi trent’anni, l’agricoltura rimane un settore vitale per assicurare la stabilità del Paese e mantenere elevato il benessere della popolazione”.  La Cina “… deve accelerare i processi di modernizzazione dell’agricoltura da ritenersi essenziali e basilari per conquistare la sicurezza alimentare”.

 

È quanto emerge dal rapporto “Sviluppo agricolo e settore agroalimentare in Cina – Le opportunità per il Sistema Italia”, pubblicato lo scorso maggio dall’Italian Trade Agency Ice di Pechino. Lo studio sottolinea quanto  il governo cinese punti sia su un aumento della produttività agricola sia, e  soprattutto, sulla qualità e sicurezza alimentare  dopo gli scandali degli ultimi anni (dal latte alla carne), tenendo presente una domanda dei consumatori che diventa e diventerà sempre più esigente e salutista. Un’opportunità importante per l’Italia, non certo solo per pizza e pasta. Bisogna però fare presto perché altri Paesi sono già  ben inseriti nel contesto economico cinese.  L’Italia è il 28 esimo fornitore della Cina (trai  primi Corea del Sud, Giappone e Usa), il quarto tra i Paesi dell’Unione Europea dopo Germania,  Francia e Gran Bretagna.  E ancora: gli investimenti italiani in Cina nel 2014 – si legge nel rapporto -  sono stimati pari a circa 372 milioni di dollari, collocandoci tra i primi 20 Paesi investitori dopo Virgin, Samoa e Cayman. La sola Germania nel 2014 ha investito nell’ex Impero Celeste un po’ più di 2 miliardi di dollari. Il Bel Paese potrebbe però avere una chiave d’accesso speciale,  la qualità, perché “ i decision makers cinesi – scrive l’Italian Trade Agency -  guardano con grande attenzione all’Italia per la sua consolidata capacità di immettere sul mercato prodotti molto apprezzati nel mondo e che rispondono ai più rigorosi sistemi di controllo”.  Ancora una volta dunque l’attenzione si sposta dalla quantità alla qualità.  Secondo lo studio  le imprese italiane possono  puntare su un ventaglio di opportunità che va ben oltre le eccellenze alimentari “made in Italy”. Quali? Bonifica dei territori (il 16% del suolo coltivabile cinese  – dati forniti dalle autorità locali – è inquinato da 13 tipi di inquinanti inorganici e da 3 tipi organici), fornitura di know how e tecnologia per la selezione delle sementi, fornitura di macchine per coltivare prodotti ad alto valore aggiunto, zootecnia e acquacoltura, lavorazione e trasformazione dei prodotti agricoli, miglioramento  genetico degli animali allevati e loro benessere, imbottigliamento e impacchettamento, introduzione di protocolli di sicurezza alimentare e tracciabilità.

 

Al momento la Cina, con l’obiettivo di non meno di 120 milioni di ettari destinati ad attività agricole, sfama il 22% della popolazione globale con un territorio coltivato di solo il 5% del totale mondiale, utilizza però il 35% dei fertilizzanti consumati nel mondo e un quarto dei costi della produzione deriva da fertilizzanti, pesticidi ed energia. Ma, come sottolinea il rapporto, la qualità e la sicurezza alimentare sono diventate una priorità del governo cinese tanto che il settore biologico “è destinato a crescere nei prossimi anni con tassi del 20-30%” e “già nel corso del prossimo quinquennio la Cina diventerà il quarto produttore mondiale di prodotti bio”.  Un ingresso delle imprese italiane nel settore agroalimentare cinese, oltre a un indubbio e significativo risultato economico (si parla di milioni di consumatori su una popolazione di 1, 37 miliardi di individui),  potrebbe portare a un salto di livello importante nella qualità dei prodotti cinesi.

 

La presenza di aziende italiane che producono beni alimentari in Cina è al momento limitata benché si registrino importanti operazioni nel settore dolciario (Ferrero, Perfetti Van Melle) e in quello della lavorazione di carni (Senfter, Beretta).  Per crescere sul mercato cinese – spiega il rapporto – le imprese italiane dovranno superare alcuni limiti strutturali  legati alle loro piccole dimensioni attraverso aggregazioni di imprese e piattaforme distributive  e dovranno anche abbandonare il modello di business basato su venditore e compratore per passare a sviluppare con l’importatore cinese un rapporto di partnership in cui strategie di mercato, target e risorse sono concordate e condivise.  La formula della partnership, con produzione in loco, potrebbe essere particolarmente interessante anche alla luce della recente svalutazione del 4,6% dello yuan decisa dalla Banca Centrale cinese all’inizio di agosto. Un’operazione che è  stata letta dai mercati come un tentativo di Pechino di frenare le importazioni a vantaggio delle esportazioni, al fine di sostenere la crescita del Paese non più a doppia cifra, come ci aveva abituato da anni, ma ora nell’ordine del 7% .  Le aziende italiane – sottolinea ancora il rapporto – dovrebbero puntare molto in Cina sulla grande distribuzione, dove mancano grandi operatori italiani e dove invece hanno un ruolo importante le catene francesi (Carrefour, Auchan), Usa(Wal Mart), inglesi (Tesco) e tedesche (Metro), poco inclini a diffondere i prodotti “made in Italy”. Insomma serve una presenza sul territorio, anche con figure professionali come sommeliers, chef, food &beverage managers, per avvicinare con iniziative BtoC (Business to Consumer) le fasce più alte della popolazione ai prodotti della tradizione italiana.  È vero che il governo cinese ha lanciato una campagna verso una ritrovata frugalità dopo gli eccessi del boom economico, ma la buona notizia è che in Cina i vini italiani costano molto, molto meno di quelli francesi.

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