Riduzione delle emissioni: che aria tira? (Approfondimento)

12 marzo 2015 by

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Sospesa tra la prevenzione e la limitazione dell’inquinamento, gli obiettivi derivanti dal Protocollo di Kyoto e la promozione dell’utilizzo di energia elettrica da fonti energetiche rinnovabili, la disciplina nazionale sulla tutela dell’aria e di riduzione delle emissioni in atmosfera, di cui alla Parte V del D.Lgs. n. 152/2006 (in parte modificata dal recente D.Lgs. n. 46/2014, che ha recepito in Italia la cosiddetta disciplina “IED”), è contraddistinta da una serie di disposizioni sia a carattere generale sia specifiche sulle autorizzazioni, sulle modalità di individuazione dei limiti emissivi e sui procedimenti sanzionatori. Completa il quadro una parte dedicata in maniera specifica ad alcune tipologie di impianti termici civili e ai combustibili da utilizzare e alle relative modalità di impiego.

Discorso a parte, invece, per gli impianti di incenerimento e coincenerimento, gli impianti di trattamento termico di rifiuti e quelli soggetti ad autorizzazione integrata ambientale, che rientrano nella disciplina cosiddetta “AIA”.

Articolato è il sistema delle definizioni che costituiscono una sorta di fondamento della disciplina, a partire dai potenziali agenti inquinanti («emissione convogliata» ed «emissione diffusa», la cui somma è definita «emissione totale») fino alle sorgenti che possono causare tali fenomeni di inquinamento («stabilimento», che, tra i vari requisiti, deve essere sottoposto al controllo di un «gestore»); particolarmente interessanti sono le «modifiche dello stabilimento», che, nel caso in cui assuma l’ulteriore qualifica di «sostanziale», un incremento o una  variazione qualitativa delle emissioni o un’alterazione delle condizioni di convogliabilità tecnica delle stesse tale da produrre effetti negativi e significativi sull’ambiente.

Quest’ultimo caso, ovviamente, richiede un nuovo procedimento autorizzativo, altro tema centrale nell’ambito della disciplina sulla tutela dell’aria.

Non a caso, il passo preliminare all’iter di richiesta è la convocazione obbligatoria di una conferenza di servizi tra gli enti, nella quale devono necessariamente essere messe a punto le modalità di captazione e di convogliamento, i valori limite di emissione, le prescrizioni, i metodi di campionamento e di analisi di ciascuna singola sostanza, la periodicità dei controlli e le relative modalità, le prescrizioni finalizzate ad assicurare il contenimento, nonché le modalità di gestione della messa a regime e dell’avvio dell’impianto.  Una volta assolta questa prima fase, può essere presentata la domanda di autorizzazione alla regione o alla provincia autonoma, fermo restando che qualsiasi successiva modifica deve essere obbligatoriamente comunicata e, in caso di variazione sostanziale, deve essere presentata una nuova domanda di autorizzazione. Il rinnovo, invece, va richiesto almeno un anno prima della scadenza o qualora subentrino modifiche interessino l’intero stabilimento.

Molto articolato anche il comparto delle sanzioni che partendo dalla semplice diffida con contestuale assegnazione di un termine per intervenire rimuovendo le irregolarità, passa alla sospensione dell’autorizzazione per un tempo determinato in caso di situazioni di pericolo per la salute o per l’ambiente, fino alla revoca dell’autorizzazione per i casi gravi di mancato adeguamento alle prescrizioni imposte unitamente a reiterate violazioni che comportino un pericolo per la salute pubblica e l’ambiente.

 

Questo è lo stato dell’arte legislativo; ma il quadro di analisi non sarebbe completo senza uno sguardo alla più recente giurisprudenza, che, per funzione, pur non potendo sostituire i precetti di legge, ne può comunque chiarire l’interpretazione – e quindi l’estensione o l’inapplicabilità – di fronte a casi controversi.

Così, ad esempio, la Cassazione ha ribadito la punibilità della mancata tenuta sia del registro di autocontrollo delle emissioni sia di quello utilizzato per annotare i consumi di prodotto; la stessa Suprema Corte è poi intervenuta sull’imprescindibilità dell’effettiva valutazione della portata emissiva ai fini di poter configurare la fattispecie di esercizio di attività in assenza di autorizzazione. Parimenti interessanti i profili di giustizia amministrativa che, con una sentenza del TAR Veneto ha fatto rientrare nel concetto ampio di «inquinamento atmosferico», anche le emissioni odorigene e che, tramite il Consiglio di Stato, ha ribadito che, a fronte delle necessità di una valutazione in concreto del rischio e in accordo al principio di precauzione, è possibile fare ricorrere a criteri tecnici che non siano stati  recepiti nelle norme nazionali ed europee.

In conclusione, il tema della tutela della qualità atmosferica e della conseguente riduzione delle emissioni, per quanto disciplinato dall’intera Parte V del D.Lgs. n. 152/2006, resta comunque soggetto a modifiche (da ultimo il caso del D.Lgs. n. 46/2014) o a frequenti interpretazioni, nel tentativo di conciliare la tutela dell’ambiente e della salute con la necessità di sviluppo industriale.

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