Polizze per il rischio sismico: se ne parla anche in Italia

18 ottobre 2016 by

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In Italia è un dibattito ricorrente quanto (finora) improduttivo. Nel 2005 ne aveva parlato Silvio Berlusconi; poi ci aveva provato con un vero e proprio testo di legge Mario Monti, prima del terremoto dell’Emilia-Romagna del 2012. Ma da qualche settimana il catastrofico sisma di Amatrice ha riportato agli onori della cronaca una vecchia idea: aprire la strada a polizze assicurative sottoscritte dai cittadini per “coprirsi” da rischi di danni o peggio per gli immobili di loro proprietà in caso di evento catastrofico. Una soluzione “di mercato” al problema del rischio sismico e della ricostruzione che in realtà in Europa e anche in altri paesi è già adottata da molto tempo, ma che per varie ragioni nel nostro Paese non è mai stata realizzata.

 

Il problema è molto delicato, e sia al governo che in Parlamento sono ben consapevoli che in Italia non sarà affatto una passeggiata varare l’assicurazione anti-catastrofe. Primo, perché nella cultura diffusa prevale la tesi che quando arriva un terremoto, uno smottamento o un alluvione dev’essere lo Stato a ricostruire la casa danneggiata o distrutta. Secondo, perché la medesima cultura prevalente teorizza che la casa di proprietà sia un bene primario e intoccabile, e non una forma di investimento del proprio patrimonio. E visto che dopo la recente abolizione totale dell’Imu siamo l’unico paese industrializzato in cui non esiste alcuna tassa sul patrimonio, per la stessa ragione l’idea di una polizza assicurativa (obbligatoria o volontaria, ma sempre fondamentalmente a carico dei proprietari degli immobili) viene percepita come una nuova tassa. Infine, visto che quasi sempre per favorire l’adesione (quando le polizze sono volontarie) o alleggerire l’onere (quando sono obbligatorie) sono previsti degli sgravi fiscali a favore dei cittadini, è probabile che gli aiuti fiscali siano visti come un sussidio indiretto alle compagnie assicurative. Che, come le banche che spesso le controllano, non godono certamente dei favori dell’opinione pubblica.

 

Il guaio è che lo Stato non aveva e non avrà i mezzi per rimettere a posto tutte le case. E che in tanti paesi è assolutamente normale affrontare il problema dei danni da catastrofi con uno strumento assicurativo. A volte si tratta di una polizza puramente volontaria (in Germania, Gran Bretagna o Belgio), a volte di una che invece è di fatto semi-obbligatoria (Spagna e Francia); a volte con tariffe regolate dallo Stato, o con sovvenzioni, o con sgravi fiscali. È anche per questa ragione che nel quadro del cosiddetto piano “Casa Italia” il governo sta meditando di avviare un giro di colloqui con i soggetti interessati per capire se ci siano le condizioni per varare una assicurazione sulla casa. Della questione se ne occupa il sottosegretario all’Economia Paola De Micheli (Pd), che su indicazione del premier Renzi (contrario alla polizza obbligatoria) sta studiando una polizza volontaria da sostenere con appositi incentivi fiscali, inserendo anche correttivi di tipo mutualistico. Cioè, facendo pagare meno chi è in una situazione relativamente più pericolosa, e fissando un premio in proporzione più alto a chi ha una casa con una bassa probabilità di rischio sismico.

 

In alternativa, sta emergendo in questi giorni una proposta diversa, che arriva indirettamente (ma in modo intelligente) all’obiettivo di proteggere gli immobili dal rischio sismico attraverso uno strumento assicurativo, senza però costringere i proprietari dei singoli appartamenti a sopportare dei costi e con costi contenuti per lo Stato. L’idea è quella di imporre a tutti gli imprenditori che svolgeranno degli interventi di riduzione del rischio sismico di sottoscrivere una polizza assicurativa per coprirsi dal rischio di danneggiamento degli edifici appena ristrutturati. Un’operazione che avrà però per gli imprenditori edili costo zero o quasi, perché sostenuta da incentivi fiscali mirati a carico dello Stato.

 

In via ipotetica, secondo una simulazione messa a punto dall’Ania (l’Associazione di categoria delle imprese assicuratrici) una polizza simile – tenendo conto delle classi di rischio sismico e dei costi di ristrutturazione – potrebbe costare ai cittadini in media 73 euro per ogni 100mila euro di valore assicurato (di ricostruzione, non il valore di mercato…). Uno studio del Consiglio nazionale degli Ingegneri invece ha calcolato che si potrebbe arrivare a un premio di 100 euro per ogni 100mila euro di valore assicurato, cui però si dovrebbero sommare altri 100 euro circa per l’assicurazione rischio incendio o danni.

 

Se è vero che il patrimonio immobiliare italiano vale quasi 4.000 miliardi di euro, si capiscono bene le dimensioni eccezionali di questo eventuale nuovo business, che ovviamente fa molta gola al comparto assicurativo. E si capisce anche che il costo della polizza – circa 200 euro all’anno in media per ogni casa di proprietà – sarebbe tutt’altro che indifferente. Per questo l’associazione dei costruttori, l’Ance, ha chiesto “una buona regolazione dello Stato su premi, franchigie e massimali”, per evitare che il premio possa diventare proibitivo».

 

Solo da qualche anno sono disponibili sul mercato italiano polizze specifiche, ma soltanto l’un per cento circa degli italiani risulta averne sottoscritta una. Una riluttanza che deriva dal costo elevato: le polizze attualmente in commercio costano a seconda dei casi 250-500 euro l’anno, con costi maggiori per le aree a maggior rischio sismico. Non sono previste forme di detraibilità, e spesso per limitare rischio e oneri le compagnie prevedono consistenti franchigie e scoperti oltre a meccanismi di stop loss, con i quali si fissa un limite massimo di indennizzo previsto.

 

Ma come si fanno le cose in altri paesi? In Nuova Zelanda l’assicurazione è obbligatoria, come del resto in Turchia; i premi sono raccolti dalle compagnie assicurative, ma poi vengono trasferiti a un ente pubblico. La polizza ha una tariffa “flat” per tutto il territorio, franchigie molto basse e limiti di indennizzo medio-alti; e il meccanismo prevede che fino a un certo importo paghino le assicurazioni, oltre il quale interviene lo Stato. La penetrazione è al 90% e il premio è uno dei più bassi al mondo: 15 centesimi per ogni 100 dollari di copertura. In Turchia c’è l’obbligo, ma soltanto il 26% della popolazione ha adempiuto, anche per l’assenza di sanzioni. In California la polizza è obbligatoria, ma solo per le imprese.

 

Diverso è il discorso in Giappone, dove le polizze sono volontarie, e sottoscritte dal 40% circa dei proprietari di case; il costo delle polizze viene calmierato dal governo, per evitare che chi vive nelle zone più pericolose debba pagare una cifra insostenibile. Anche in Canada vige la volontarietà, ma c’è la detrazione fiscale. In altri Paesi europei come Gran Bretagna, Danimarca, Francia o Belgio la polizza è facoltativa, ma l’estensione antiterremoto e calamità naturali diventa obbligatoria se si assicura la casa contro altri rischi, come l’incendio o lo scoppio, da coprire se si fa un mutuo. In Francia infine la franchigia è crescente, cioè l’assicurato paga una quota fissa più alta se la casa è situata in un Comune che non ha varato un efficace piano di prevenzione.

 

Va detto che non tutti sono d’accordo con questo strumento. A parte le critiche che prendono di mira i vantaggi spropositati di cui beneficerebbero gli assicuratori, altri fanno osservare che se lo Stato è in grado di sovvenzionare fiscalmente chi sottoscrive una polizza anticatastrofi, allora potrà benissimo anche agevolare sempre per via fiscale i cittadini che sottoporranno i loro immobili a interventi di protezione antisismica. Certamente saranno misure molto ma molto più costose. Ma senza dubbio sarebbero più efficaci nel salvare le vite dei cittadini. Una polizza può dare un ristoro patrimoniale, ma non protegge certo dalle macerie.

 

A cura di Roberto Giovannini

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