Paesi in via di sviluppo, allarme inquinamento atmosferico tra rischi e carenza di infrastrutture

18 maggio 2016 by

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Secondo un recentissimo rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel nostro pianeta una morte su quattro può ragionevolmente essere attribuita a fattori di rischio ambientale legati al luogo in cui si vive o si lavora. Un problema che come ovvio riguarda molto da vicino le centinaia e centinaia di milioni di persone che vivono nella grandi aree metropolitane, dove l’imputato più sospettato è proprio l’inquinamento atmosferico, che a seconda delle situazioni geo-topografiche e del livello di reddito della popolazione può essere legato all’inquinamento generato dagli impianti industriali (soprattutto industrie petrolchimiche ma anche acciaierie e cementifici), o piuttosto dal traffico automobilistico, o ancora dal riscaldamento degli immobili, o genericamente dalla semplice concentrazione quantitativa della popolazione. Specialmente nei paesi più poveri o in via di sviluppo, però, sono fattori significativi di inquinamento urbano anche l’utilizzo del legno per cucinare o riscaldarsi; gli incendi con cui vengono gestiti e controllati i depositi di immondizie, e il diffusissimo utilizzo dei generatori elettrici diesel, sia dove l’energia elettrica in rete non esiste o dove invece si moltiplicano blackout e interruzioni continue alle forniture. Fatto sta che al fenomeno inquinamento urbano vanno attribuite moltissime malattie: affezioni cardio e cerebrovascolari (infarto, scompenso cardiaco, aritmie e ictus), malattie respiratorie (come bronchite cronica e asma bronchiale) e tumori, a partire da quelli ai polmoni.

 

Un quadro spaventoso che però – tanto vale rivelare subito il poco confortante “stato dell’arte” – nessun organismo internazionale è in grado di valutare in modo oggettivo. Per l’ottima ragione che anche se si contano ben 1.600 stazioni di monitoraggio sparse sulla faccia della Terra (quelle, per capirci, che vengono utilizzate dalle rilevazioni dell’Oms), sono “coperte” soltanto meno di un terzo delle città con oltre centomila abitanti. E grandissime aree, a cominciare dall’Africa, dall’America Latina e dal Medio Oriente, sono sostanzialmente prive di efficace monitoraggio. Dove i dati ci sono, infine, quasi mai si riesce correttamente a discernere gli effetti nefasti dell’inquinamento da polveri sottili, legato alla combustione in motori a scoppio e non, da quella prodotta da altri agenti inquinanti, come il biossido d’azoto, gli ossidanti fotochimici, il monossido di carbonio, il piombo, gli ossidi di zolfo e l’ozono prodotto a terra.

 

Un primo risultato di questa inadeguatezza della rete di controllo è che le grandi città asiatiche – quelle di India e Pakistan più della Cina – sono fortemente concentrate nelle posizioni di testa della classifica dell’inquinamento dell’Oms. Il caso più drammatico è quello di New Delhi, che conta considerando i sobborghi circa 20 milioni di abitanti. Secondo le rilevazioni, chi vive nella capitale indiana deve respirare un’aria inquinata da 153 microgrammi per metro cubo di particelle sottili. Un valore addirittura 15 volte superiore alla soglia fissata dall’Oms. A Delhi i gas di scarico di otto milioni di automobili (1400 nuove auto ogni giorno, è stato calcolato), i generatori elettrici a diesel e le centrali a carbone hanno danneggiato i polmoni di metà dei 4,4 milioni di bambini della città in modo grave, dice uno studio del 2008 dell’India’s Central Pollution Control Board, e 2 piccoli su cinque lamentano problemi respiratori.

 

La situazione è tanto grave che quest’anno lo stesso governatore del distretto della capitale indiana ha trascorso un periodo in una clinica del sud del Paese per curare i suoi polmoni. A parte consigliare di trasferirsi, nelle scorse settimane il governo indiano – proprio per contrastare l’inquinamento atmosferico e l’enorme traffico delle principali metropoli – ha deciso di imporre una tassa sull’acquisto di nuove automobili. La nuova tassa è dell’1% sulle auto a benzina sotto i 4 metri di lunghezza e con motori sino a 1200 cc. I diesel “piccoli”, sotto i 4 metri e sino a 1500 cc di potenza sconteranno una tassa sull’acquisto del 2.5%. 4%, il massimo, per i diesel più grandi. Sempre nel territorio dello Stato di Delhi sono state decise le emergenziali “targhe alterne”. Gli unici che da tempo sono stati costretti a diventare “puliti” sono i tradizionali e onnipresenti mezzi a tre ruote, che trasportano ovunque persone e materiali: da qualche anno sono stati tutti d’imperio trasformati in mezzi alimentati a gas naturale.

 

Ampiamente trattato dai media è il caso di Pechino, normalmente nella top list delle città più inquinate del mondo. L’area urbana di Pechino (22 milioni di abitanti) viene troppo spesso intasata dai gas di scarico delle automobili, dai fumi delle ciminiere delle fabbriche, dai prodotti della combustione del carbone da riscaldamento. Le autorità hanno dunque annunciato la realizzazione di speciali “corridoi di ventilazione” per arginare il problema smog: cinque grandi corridoi, di 500 metri di larghezza, che collegheranno molti parchi, laghi, fiumi e i quartieri più verdi delle aree centrali di Pechino. Saranno controllati rigidamente, e verranno liberati da qualsiasi ostacolo che possa impedire la circolazione dell’aria. La rete sarà completata da una serie di corridoi di secondo livello larghi 80 metri, e da altri di livello inferiore; in precedenza il governo cittadino ha lanciato un piano di targhe alterne e si prepara a chiudere le centrali a carbone più vicine alla metropoli. Prima di Pechino, le stesse Shanghai, Fuzhou, Nanjing e Wuhan hanno già iniziato la costruzione di corridoi di ventilazione Il governo cinese ha promesso di ridurre del 40% l’inquinamento entro il 2020, e soltanto nel corso del 2016 saranno chiuse 2500 piccole imprese molto inquinanti.

 

All’inizio di marzo è tornata gravissima l’emergenza smog Città del Messico, la seconda più grande megalopoli dell’emisfero occidentale con circa 20 milioni di abitanti. L’inquinamento dell’aria continua a registrare livelli preoccupanti nonostante le ormai quasi perenni targhe alterne ed altre misure prese dalle autorità locali per scoraggiare l’uso delle automobili nella megalopoli, come la possibilità di viaggiare gratuitamente su bus e metro. Bambini e anziani sono stati invitati a rimanere in casa. Secondo le ultime rilevazioni si è tornati ai livelli raggiunti negli anni ’80 e ’90, nonostante rispetto a quella stagione molti insediamenti industriali siano stati allontanati dall’area metropolitana, per non parlare del miglioramento degli standard di emissioni delle automobili private. Mexico City continua ad essere invasa da molte più automobili di quelle che è in grado di “reggere”, a maggior ragione considerando la peculiare situazione geografica della città, situata su un altipiano ad alta quota circondato da un anello di vulcani. Peraltro, la rete di trasporti pubblici – pur potenziata – è ancora largamente inadeguata.

 

La situazione non è certo migliore nel Continente Nero, a cominciare dalle grandi città sulla costa dell’Africa Occidentale. Quando si parla di Africa e di inquinamento, purtroppo, le informazioni sono pochissime: non ci sono praticamente rilevazioni delle emissioni inquinanti né informazioni statistiche sui consumi di carburante o di energia. Secondo uno studio basato su dati raccolti dai satelliti e pubblicato nel febbraio del 2015 sulla rivista “Environmental Health Perspectives”, il 96 per cento degli abitanti dell’Africa occidentale vive in ambienti dove l’inquinamento è superiore alla soglia raccomandata dall’Oms. In tutte le grandi metropoli costiere – Lagos in Nigeria, Accra in Ghana, Abidjan in Costa d’Avorio – le emissioni provocate dall’uomo si mescolano nell’aria alla sabbia proveniente dal Sahara e al sale marino, tutti elementi dannosi per i polmoni. Secondo uno degli autori di un altro studio pubblicato su “Nature”, Peter Knippertz del Karlsruhe Institute of Technology in Germania, questo mix di sostanze inquinanti potrebbe mutare in modo strutturale il clima della regione: sono stati registrati importanti cambiamenti nel comportamento del monsone dell’Africa occidentale, un delicato sistema di circolazione dell’atmosfera che è un fattore chiave di regolazione delle temperature, dei venti e delle precipitazioni della regione. Problemi seri ci sono anche in Africa meridionale, come dimostra il caso di Gaborone, la capitale del Botswana, che nel 2013 era la settima città più inquinata del pianeta.

 

Un caso a parte è quello della metropoli nigeriana di Lagos, più di 21 milioni di abitanti da sempre costretti a convivere con le emissioni degli stabilimenti industriali e a respirare un’atmosfera resa mefitica dagli scappamenti di milioni di automobili quasi sempre obsolete e dalle emissioni dei generatori di elettricità diesel. Nel cielo cittadino è apparsa una cappa di smog persistente, e le rilevazioni hanno indicato livelli quasi doppi di smog e polveri rispetto alla capitale indiana.

 

Sempre in Africa, serissimo è il problema della carenza di adeguate reti idriche. Basti pensare al caso di Nairobi, la capitale del Kenya: oggi ha 5 milioni di abitanti, dovrebbe raggiungere quota 8 milioni alla fine del decennio, e addirittura 14 nel 2050. Nairobi, come le principali città dell’Africa subsahariana, registrerà un tasso di crescita annuo della popolazione di quasi il 4 per cento, ovvero il ritmo più alto in tutto il pianeta. Questo significa che alle tre megalopoli africane attualmente “certificate” con circa 10 milioni di abitanti, ovvero Cairo (Egitto), Kinshasa (Congo) e Lagos, entro il 2030 si uniranno appunto Nairobi, Dar es Salaam (Tanzania), Johannesburg (South Africa) e Luanda (Angola). Come fare a fornire acqua, fogne e smaltimento dei rifiuti – che sono già oggi risorse piuttosto rare, per usare un eufemismo – alle popolazioni di queste sterminate megacittà?

 

Un interrogativo preoccupante. Già oggi una percentuale elevatissima della popolazione urbana vive in favelas e baraccopoli “temporanee”. Nel 2013, nel bel mezzo di una crisi dell’acqua, la popolazione di Dakar ha dovuto spostarsi in massa sull’oceano per potersi lavare la mattina. Solo circa il 10% delle aree urbane sono dotate di fognature, e una metropoli come la capitale angolana Luanda – oggi 4 milioni di abitanti – scarica tutte le acque nere direttamente in mare, senza il minimo trattamento. Circa un terzo delle case di Maseru, la capitale del Lesotho, devono procurarsi acqua a caro prezzo (e di dubbia qualità) da fornitori “privati”. L’unica soluzione? Investire, e investire massicciamente in infrastrutture moderne. Da subito.

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