Omessa bonifica: novità e raccordi con la legislazione pregressa (Approfondimento)

20 novembre 2015 by

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Come noto, la recente legge 22 maggio 2015, n. 68, ha introdotto una sorta di “rivoluzione copernicana” nel sistema sanzionatorio italiano per i reati contro l’ambiente, facendo segnare un passaggio da un sistema essenzialmente finalizzato a punire l’inosservanza di precetti amministrativi (come ad esempio le autorizzazioni) a uno di tipo penale dedicato specificatamente a punire condotte lesive dell’equilibrio ambientale.

 

Per effetto, al libro secondo del codice penale, è stato aggiunto il Titolo VI-bis «Dei delitti contro l’ambiente», tra le cui numerose novità rientra, a pieno titolo, la fattispecie del cosiddetto reato di “omessa bonifica”, che, come recita il nuovo art. 452-terdecies c.p., è imputato a chi, pur «essendovi obbligato per legge, per ordine del giudice ovvero di un’autorità pubblica, non provvede alla bonifica, al rispristino o al recupero dello stato dei luoghi»; questo, a patto che «il fatto» non «costituisca più grave reato».

 

Al contrario, resta meno grave la fattispecie, “simile” a quella dell’art. 452-terdecies c.p., prevista dall’art. 257, comma 4, D.Lgs. n. 152/2006 (pure oggetto di modifica da parte della legge n. 68/2015), per «chiunque cagiona l’inquinamento del suolo, del sottosuolo, delle acque superficiali o delle acque sotterranee con il superamento delle concentrazioni soglia di rischio, se non provvede alla bonifica», che si applica laddove, pur in presenza di un superamento delle soglie di rischio, non si riscontrino fenomeni di compromissione o deterioramento significativi e misurabili.

 

Si è venuto così a creare un sistema sanzionatorio che vede la compresenza di due fattispecie che restano distinte (a partire dalla tipologia: “delitto” quello previsto dall’art. 452-terdecies c.p., “contravvenzione” quella che fa riferimento all’art. 257, D.Lgs. n. 152/2006), pur intersecandosi in parte per quanto riguarda i criteri di applicabilità, anche se il reato di cui all’art. 257 scatta soltanto a fronte del superamento simultaneo delle soglie di contaminazione (CSC) e di quelle di rischio (CSR) e qualora non si configuri il reato di “disastro” o “inquinamento ambientale”, nel cui caso troveranno applicazione i nuovi articoli del codice penale introdotti dalla legge n. 68/2015.

 

Uno dei tratti distintivi più evidenti è la sanzione prevista: arresto da sei mesi a un anno o ammenda da 2.600 euro a 26.000 euro per il reato di contravvenzione, elevati, rispettivamente, a un periodo detentivo che va da uno a quattro anni e una multa da 20.000 fino a 80.000 euro, per l’omessa bonifica di cui all’art. 452-terdecies c.p.

Ancora più netta è la differenza per quanto riguarda l’autore dell’illecito che, dal soggetto responsabile dell’inquinamento che non realizza la bonifica previsto dall’art. 257, D.Lgs. n. 152/2006, nell’art. 452-terdecies, c. p., si allarga a comprendere chiunque sia obbligato a bonificare per legge, per ordine di un giudice o della autorità pubblica. Questa ridefinizione delle responsabilità è destinata a generare situazioni completamente nuove nel panorama giuridico-ambientale italiano; in particolare, per effetto dell’art. 452-terdecies c.p., da un lato, potrebbero essere chiamati a sostenere le spese di bonifica soggetti non responsabili dell’inquinamento, ma obbligati comunque da un ordine del giudice o della autorità pubblica; dall’altro chi, non essendo consapevole di essere responsabile di uno o più episodi di inquinamento (aspetto, quest’ultimo, non sempre facile da dimostrare), in assenza di alcun tipo di ordine, non sarà tenuto a rispondere del reato commesso. Riassumendo: l’art. 257, D.Lgs. n. 152/2006, si applica unicamente al soggetto responsabile dell’inquinamento; il nuovo reato di omessa bonifica, al contrario, non fa leva sull’eventuale responsabilità, ma punta, attraverso un rafforzamento dei provvedimenti del giudice e della pubblica amministrazione, a tutelare le diverse tipologie di attività (ripristino, recupero e bonifica).

 

Sebbene, per l’effetto combinato delle due fattispecie, il corpus sanzionatorio per il reato di mancata bonifica risulti consolidato, non mancano i punti da chiarire. Uno su tutti è il fatto che, con l’articolo 452-terdecies c.p., l’obbligo di bonifica scatti anche per chi non ne sia responsabile, aspetto quest’ultimo che presenta almeno due profili di incostituzionalità: il primo è, appunto, l’applicazione di una pena più severa a prescindere dall’effettivo grado di responsabilità; il secondo è la potenziale violazione del principio “chi inquina paga”, atto di per sè incostituzionale, dal momento che l’art. 10 della Costituzione fa appello alle «norme del diritto internazionale generalmente riconosciute».

 

È chiaro che per questo, come per altri punti in sospeso, sono necessari a breve chiarimenti, se non da parte del legislatore, quantomeno di fonte giurisprudenziale, anche e soprattutto per mettere le aziende nelle condizioni di agire all’interno del perimetro della legalità.

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