L’importanza di chiamarsi ‘climatarian’

21 marzo 2016 by

0saves

Climatariani, reducetariani, ecotariani: spopolano le etichette che cercano di definire quei comportamenti alimentari che limitano il consumo di carne (in particolare rossa), in considerazione di un uso più equo delle risorse, pur non abbracciando la dieta vegana o vegetariana.

 

L’ultima stoccata l’ha data il Time riprendendo la rivista scientifica Nature. In un articolo intitolato “Ci dispiace, vegani”, l’autorevole rivista ha ricordato il ruolo fondamentale della carne nello sviluppo neurologico. È la carne, in altre parole, ad averci reso gli uomini che siamo. Una dichiarazione che butta benzina sul fuoco del dibattito ambientalista. La dieta vegetariana, infatti, sarebbe da molti indicata come l’unica in grado di salvare il pianeta dal riscaldamento globale, ma soprattutto l’unica che potrebbe proteggerci dal consumo idrico indiscriminato. Ci vogliono 15 mila litri d’acqua per produrre un kg di carne bovina. Senza contare quale bilancio produrrà, per le risorse del pianeta, l’arrivo di una nuova ondata di carnivori, ovvero i cittadini del Far East, che grazie all’aumento del reddito disponibile stanno aumentando i consumi di carne e iniziano a consumare latticini. Vent’anni fa i cinesi mangiavano 5 kg di carne pro capite all’anno e ora ne consumano più di 50 kg.

 

Climatarian, una nuova categoria

Forse nel tentativo di trovare una quadra tra queste due posizioni, è nata una nuova categoria di consumatori: i climatariani. Sono coloro che hanno la piena consapevolezza di quanto sia importante l’alimentazione nella lotta al riscaldamento globale. Per questo, cercano di ridurre l’impatto ambientale, cioè le emissioni di CO2, della propria dieta. Acquistano prodotti a filiera corta, minimizzano gli sprechi e, last but non least, riducono la carne.

 

Il termine climatarian è stato reso ufficiale dal quotidiano americano New York Times, che lo ha inserito nella classifica delle nuove parole del 2015 legate al cibo. La traduzione italiana non esiste ancora, ma non sarebbe azzardato tentare un “climatariano” oppure un “ecotariano,” che più precisamente traduce il sinonimo “ecotarian”, usato per la prima volta nel 2005 da un gruppo di ricercatori di Oxford e poi ripreso in un articolo del quotidiano britannico Times nel 2008 per definire le persone che si nutrono solo di cibo sostenibile. Una parola, però, che finora ha avuto meno fortuna.

 

Climatariano, invece, richiama direttamente nella radice una delle sfide più importanti di questo secolo: il contrasto ai cambiamenti climatici. Una lotta che non passa solo dai regimi alimentari, certo, ma che ha nella dieta un importante caposaldo.

Il 14,5% delle emissioni di CO2 complessive, infatti, è prodotto dagli allevamenti intensivi di animali e dai caseifici. Ecco allora che i climatariani preferiscono bandire le carni rosse e optano per pollo o tacchino. Una scelta ottimale anche per la salute, visti i recenti allarmi dell’Oms.

I climatariani vedrebbero di buon grado anche tutte le ricette creative (dalle vecchie polpette della nonna in avanti) per usare gli avanzi di cucina e azzerare lo spreco. Un’altra scelta tassativa per i climatariani è la preferenza di prodotti che non arrivano dall’altra parte del mondo.

 

Eliminare la carne? Non esageriamo, basta ridurla

I climatariani si vanno ad aggiungere ai reducetariani (le persone che riducono il consumo di animali e derivati). Un nuovo percorso dietetico, che ha preso le mosse dal Regno Unito e dal suo creatore, Brian Kateman, che gestisce il Reducetarian Blog. La spiegazione della parola va ricondotta al verbo inglese ‘to reduce’; il termine indica le persone che vogliono ridurre gradualmente l’assunzione di carne, ma anche di altri prodotti di origine animale, come formaggi e latticini.

Un primo passo verso la dieta vegetariana o vegana? Forse, visto che un cambiamento troppo radicale e immediato è spesso indicato come la principale causa dell’abbandono dei regimi alimentari cruelty free. Ma anche un comportamento considerato più ‘tollerante’, visto che non preclude l’assunzione di carne se si è ospiti a casa d’altri, quando si siede a una tavolata, o se si rischierebbe viceversa di originare lo spreco di un piatto già preparato.

 

 

Energia per la vita o fonte di iniquità?

Esseri umani evoluti, intelligenti, capaci di utilizzare un linguaggio verbale. Smettere di mangiare soltanto frutta e verdura e aggiungere alla dieta alimenti ricchi di proteine animali avrebbe permesso all’uomo di evolversi, trasformandolo sia a livello anatomico sia a livello intellettivo. La carne ha permesso un pasto più completo e con meno sforzi nella masticazione. L’abitudine di cuocere i cibi è nata 500mila anni fa e molti ricercatori fanno risalire a questo momento la svolta della nostra evoluzione. Anche Michael Pollain, il famoso giornalista di cibo, nel suo ultimo libro “Cotto” ha ricondotto alla cottura dei cibi una fondamentale tappa della nostra evoluzione, che ci ha resi capaci di ‘esternalizzare’ nelle fonti di cottura le energie altrimenti necessarie alla digestione (che negli altri animali, infatti, è molto lenta).

Ancor prima di imparare a cucinare, però, la rivista Nature ci svela che tagliare e lavorare la carne, riuscendo così a masticarla in meno tempo, ha dato la possibilità agli esseri umani di assumere una maggiore quantità di calorie con uno sforzo minore.

Ma c’è anche un altro modo di impostare la questione, ben spiegato da Martin Caparros, un editorialista che arriva direttamente dalla patria delle costate: l’Argentina. Secondo l’autore di “Non è un cambio di stagione”, mangiarsi un gran pezzo di carne è uno dei modi più efficaci per avallare un mondo ingiusto. “La carne si accaparra risorse che potrebbero essere suddivise: ci vogliono quattro calorie vegetali per produrre una caloria di pollo; sei per produrne una di maiale; dieci per produrre una caloria di vitello o di agnello. Quando qualcuno mangia carne si appropria di risorse che, suddivise diversamente, basterebbero per cinque, otto, dieci persone” assicura Caparros.

Se la carne ci ha resi quelli che siamo, è accettabile un mondo in cui un terzo della popolazione mondiale non potrà quasi mai permettersela?

Collegato ambientale: ultima chiamata per la green economy?

Precedente:

Collegato ambientale: ultima chiamata per la green economy?

World Water Day 2016: water for people, water by people

Successivo:

Giornata mondiale dell’acqua 2016

Potrebbe interessarti