Legge Gadda contro lo spreco: un modello da replicare

15 giugno 2017 by

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La legge Gadda contro lo spreco alimentare rende l’Italia un Paese all’avanguardia in Europa e nel mondo.

 

Non è trascorso neanche un anno da quando la legge 166/2016, contro gli sprechi alimentari e farmaceutici – nota anche come Legge Gadda (dal nome della relatrice e prima firmataria, l’onorevole Maria Chiara Gadda) – è entrata in vigore.

 

Il provvedimento riorganizza il quadro normativo di riferimento che regola le donazioni degli alimenti invenduti con misure di semplificazione, armonizzazione e incentivazione, e soprattutto stabilisce la priorità del recupero di cibo da donare alle persone più povere.

 

L’Italia è stato il primo paese al mondo a dotarsi di una legge che tratta in modo strategico il problema dello spreco alimentare e rappresenta un perfetto esempio di applicazione del principio di sussidiarietà. La Legge Gadda è nata infatti dal lavoro condiviso di tutti i soggetti coinvolti nel processo di recupero e ridistribuzione delle eccedenze alimentari, valorizzando l’esperienza e la pratica già esistente nel nostro paese.

 

Questo accade in un contesto in cui “i rifiuti alimentari rappresentano un problema sempre più pressante per l’Europa: la produzione, la distribuzione e la conservazione degli alimenti, sfruttando le risorse naturali, hanno effetti sull’ambiente; lo scarto di cibo ancora commestibile aggrava questi effetti e causa perdite finanziarie per i consumatori e per l’economia. I rifiuti alimentari hanno anche un importante aspetto sociale, per cui il dono di prodotti alimentari ancora commestibili ma che, per ragioni logistiche o di mercato non possono essere commercializzati, dovrebbe essere facilitato.” [1]

 

Dimezzare lo spreco pro capite globale di rifiuti alimentari nella vendita al dettaglio e dei consumatori e ridurre le perdite di cibo lungo le filiere di produzione e fornitura, comprese le perdite post-raccolto, rientra inoltre tra gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’ONU entro il 2030.

 

Nel dettaglio, la Legge Gadda ha operato subito la seguente distinzione:

  • spreco alimentare: definito come l’insieme dei prodotti scartati dalla catena agroalimentare ancora consumabili;
  • eccedenze alimentari: i prodotti alimentari che rimangono invenduti per varie cause (es. scadenza ravvicinata…), fermo restando il mantenimento dei requisiti di igiene e sicurezza.

 

Per quanto riguarda le cessioni gratuite di eccedenze alimentari da parte degli operatori del settore alimentare, la legge ha disposto che queste siano destinate in via prioritaria al consumo degli indigenti, mentre le eccedenze non più idonee al consumo possono essere cedute per il sostegno vitale di animali e per altre destinazioni, come il compostaggio.
La legge prevede inoltre che anche il Ministero della Salute possa emanare linee guida per gli enti gestori di mense scolastiche, aziendali, ospedaliere, sociali e di comunità, con l’obiettivo di ridurre lo spreco connesso alla somministrazione degli alimenti.

 

Un altro aspetto importante è quello riguardante i benefici fiscali per chi cede a titolo gratuito prodotti alimentari ad indigenti. A tal proposito, i Comuni possono applicare una riduzione della TARI in proporzione alla quantità, debitamente certificata, dei beni e dei prodotti ritirati dalla vendita ed oggetto della donazione. Diverse città come Prato ed Empoli hanno già iniziato a seguire questo modello.

 

La legge poi non mira solo ad arginare lo spreco dei beni alimentari, ma intende ridurlo anche in relazione ai medicinali e agli abiti: per i primi devono essere rispettate sia la data di scadenza che le condizioni di conservazione del prodotto, i secondi invece possono essere donati solo previa igienizzazione.

 

La situazione attuale

Attualmente le eccedenze alimentari nel nostro paese sono pari a 5,6 milioni di tonnellate all’anno. Prima dell’entrata in vigore della legge Gadda si riuscivano già a recuperare circa 500mila tonnellate, ma l’obiettivo è fare di più e raddoppiare questo quantitativo.

 

L’Italia si sta muovendo a diverse velocità sul tema. Ci sono regioni molto avanti sul recupero, sulle diverse modalità di distribuzione e sull’attivazione di market solidali e ristoranti sociali. Parliamo di Lombardia, Toscana, Emilia Romagna e Puglia, qui soprattutto ci sono numerose associazioni di giovani che si stanno dedicando alla creazione di progetti mirati.

 

Sono sempre più numerose anche le iniziative di “doggy bag” o “family bag”, per evitare gli sprechi nei ristoranti e portare a casa gli avanzi.

 

Recentemente l’Ordine nazionale dei tecnologi alimentari (Otan) e Fondazione Banco Alimentare Onlus (Fbao) hanno firmato un protocollo d’intesa in cui si impegnano a promuovere azioni di recupero e distribuzione delle eccedenze lungo tutta la filiera agroalimentare. L’intesa è stata sottoscritta alla presenza dell’onorevole Maria Chiara Gadda, a margine del convegno “Evitare lo spreco alimentare e favorire l’economia: proposte e buone pratiche a confronto”, durante il quale è stato evidenziato come in Italia attualmente siano disponibili sempre più avanzati strumenti tecnologici ed informatici di lotta allo spreco a supporto degli interventi normativi regionali e nazionali.

 

Esistono, ad esempio, strumenti come il software Ristorazione 4.0 (ristoCLOUD group srl) in grado di definire quantitativamente lo scarto prodotto nella ristorazione collettiva appaltata dalle mense scolastiche e ospedaliere a quelle aziendali. Oppure il brevetto “Blow” del gruppo di ricerca coordinato dal professor Di Renzo dell’Università della Basilicata, che consente di prolungare la vita dei prodotti ortofrutticoli intervenendo sugli imballaggi.

 

Il prossimo 14 giugno, come ha annunciato Maria Chiara Gadda, la legge “sarà presentata ai membri della Eu Platform on Food Losses and Waste della Commissione europea e anche alcuni Stati membri hanno espresso il loro interesse per valutare la possibilità di replicare e introdurre questa legge nel loro ordinamento legislativo”.

 

 

La differenza rispetto alla Francia 

La Francia ha adottato per prima, nel febbraio 2016, una normativa di questo tipo ma la legge francese, a differenza di quella italiana che privilegia il tema della solidarietà sociale, si basa sul principio dell’obbligo e prevede gravi sanzioni, come la reclusione e multe fino a 75.000 euro.

La responsabilità dello spreco alimentare si sposta dalla filiera alle organizzazioni non profit che devono affrontare le varie difficoltà logistiche e gli investimenti per l’acquisto di celle frigorifere e dei veicoli per il recupero dei prodotti invenduti. 

 

 

-> Leggi il testo integrale della Legge 166/2016

 

 

A cura della Redazione di Now How

 

 

[1]  L’anello mancante – Piano d’azione dell’Unione europea per l’economia circolare, Commissione europea – 2 dicembre 2015.

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