Le prospettive di crescita delle metropoli africane secondo la Banca Mondiale

23 febbraio 2017 by

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Le grandi città capitali del continente africano possono diventare il volano della crescita e dello sviluppo dell’intera Africa, oppure possono diventare la palla al piede che impedirà una crescita armoniosa e sostenibile. Due conclusioni apparentemente contraddittorie e alternative, ma che in realtà ben sintetizzano i contenuti di una recentissima ricerca della Banca Mondiale dal titolo Africas Cities: opening doors to the world. Uno studio che parte dalla constatazione che gli attuali quasi 500 milioni di abitanti delle aree metropolitane dell’Africa possono passare a 670 milioni entro il 2025, aggiungendo una popolazione pari a quella dell’intera Nigeria. E addirittura possono raddoppiare fino a quota un miliardo di abitanti entro il 2040. La ricerca prospetta due scenari completamente differenti: se infatti non si riuscirà a ridurre il sovraffollamento delle aree urbane, la frammentazione e la sconnessione tra centri e periferie, se non verrà tagliato in modo consistente l’elevatissimo costo della vita nelle grandi metropoli, sarà impossibile far crescere adeguatamente il livello medio del reddito pro capite degli abitanti del Continente Nero. Al contrario, se le città diventeranno più vivibili ed accessibili, le conseguenze positive saranno notevolissime. “Quello che le città africane riusciranno a realizzare nell’immediato futuro – afferma EdeIjjasz-Vasquez, senior director del settore resilienza sociale, urbana e rurale della Banca Mondiale – determinerà la loro produttività, le loro dimensioni, la loro efficienza e la loro prospettiva per i prossimi decenni, e forse per i prossimi cento anni”.

 

Chiunque abbia viaggiato in una grande città africana conosce bene quanto possa colpire un osservatore esterno la grande massa di persone che si vedono in giro, i tantissimi disoccupati o sottoccupati a spasso, il traffico pazzescamente ingorgato, il pessimo stato della rete stradale, l’assenza di vere infrastrutture. Dunque, secondo la ricerca, tre sono i principali handicap delle metropoli africane. Il primo, dicono i ricercatori della World Bank, è il fatto di essere sovraffollate dal punto di vista umano, ma al contrario pochissimo “dense” dal punto di vista economico e infrastrutturale. In altre parole, gli investimenti in opere pubbliche, in strutture industriali e commerciali, in aree residenziali moderne ma anche economicamente sostenibili per la maggioranza della popolazione non hanno tenuto il passo con il crescente afflusso di persone, che continuano a migrare in cerca di fortuna dalle campagne verso le metropoli a un ritmo notevolissimo, facendo crescere la popolazione urbana anche a tassi annui del 4%. Di conseguenza, i costi della insostenibile congestione che ne è derivata superano – e di gran lunga – i vantaggi tipici del vivere in concentrazione urbane.

 

Il secondo handicap è quello della disconnessione. Le città africane sono cresciute nel tempo come un semplice “assemblaggio” di quartieri piccoli e frammentati, sviluppatisi senza la benché minima pianificazione e senza un sistema di trasporto affidabile e sostenibile. Il risultato è che i lavoratori non riescono a spostarsi tra casa e impiego, nonostante la rete di minibus privati che invade le metropoli contribuendo all’impazzimento del traffico; non casualmente le persone creano quartieri improvvisati e abusivi nei luoghi più prossimi possibile al loro posto di lavoro. Ancora, le aziende non sono in grado di sfruttare i vantaggi dell’economia di scala tipici delle città.

 

Il terzo svantaggio strutturale, spiegano i ricercatori, è quello dell’extracosto di vivere in una città africana. Per sopravvivere qui un’azienda deve pagare ai suoi dipendenti dei salari nominali molto più alti, perché il personale possa reggere botta e sostenere gli oneri aggiuntivi che non si possono non sostenere per poter fruire (ad esempio) di un’alimentazione adeguata e sana, di un’abitazione accettabile e di mezzi di trasporto all’altezza. Il costo della vita, di alimentazione e di trasporto nei centri urbani in Africa, si legge nello studio, è mediamente più alto di circa il 30 per cento rispetto a quello di altre città in paesi non africani con un pari livello di Pil. Un’abitazione costa il 55% in media in più, il cibo costa il 35% in più, e il trasporto il 42% in più rispetto ad altri comparabili paesi in via di sviluppo non africani. Nel piccolo stato di Gibuti, per esempio, un lavoratore costa a un’azienda tre volte di più che a un imprenditore di Mumbai, in India. A un’azienda di Dar Es Salaam, in Tanzania, un dipendente costa il 20% in più che a un’azienda di Dacca, Bangladesh. Questi extra-costi, che ovviamente intaccano i profitti attesi delle aziende, le rendono in generale fortemente meno competitive, scoraggiano gli investitori intenzionati a fare affari in Africa.

 

La ricerca riporta degli esempi davvero scioccanti. Cenare in un ristorante a Dar Es Salaam, la capitale della Tanzania costa circa il doppio che cenare a Bangkok, in Thailandia. Una città, quella asiatica, dove tuttavia il reddito medio della popolazione supera di ben 23 volte quello della Tanzania. A Nairobi, Kenya, una metropoli con 4,3 milioni di abitanti, quattro spostamenti su dieci al giorno avvengono a piedi: la maggior parte della gente ovviamente non possiede un’automobile e i mezzi pubblici seguono percorsi limitati al centro della città. Il 28% dei residenti di Dar Es Salaam è costretto a vivere in tre in una sola stanza; si arriva al 50 per cento nella capitale ad Abidjan, in Costa d’Avorio. Due terzi degli abitanti di Lagos, in Nigeria, risiedono in quartieri sostanzialmente paragonabili a baraccopoli. Ad Harare, in Zimbabwe, e Maputo, Mozambico, più del 30% del territorio situato entro un raggio di soli cinque chilometri dal centro cittadino rimane non costruito e abbandonato.

 

Il combinato disposto di questo stato di cose, si legge nello studio, lo ritroviamo nel bassissimo – e quel che è peggio stazionario – livello di reddito pro capite dell’Africa. Basti pensare che quando nel 1968 l nazioni del Medio Oriente e del Nord Africa superarono la soglia del 40% di popolazione residente nelle aree urbane, allora il reddito pro capite era di circa 1800 dollari l’anno. Nel 1994 toccò ai paesi dell’Asia Orientale e del Pacifico asiatico superare la stessa soglia di urbanizzazione; il reddito medio pro capite della regione era di 3.600 dollari l’anno. Oggi che anche l’Africa ha toccato quota 40% di popolazione urbana, il reddito medio pro capite è di soli 1000 dollari l’anno.

 

Non è impossibile, dice la ricerca della World Bank, intervenire per risolvere questi problemi strutturali e far sfuggire le grandi metropoli africane a quella che viene definita la low-development trap. L’obiettivo, si legge, è quello di conseguire una densità economica e fisica differente, basata su opportunità, talento e infrastrutture, in grado di permettere una maggiore efficienza ed economia di scala. In che modo? Formalizzando e modernizzando i mercati immobiliari e dei terreni, rendendo esigibili e comprensibili i diritti di proprietà, e dunque favorendo la “ricucitura” del territorio troppo frammentato. Ma anche impostando finalmente una efficace pianificazione urbana, coordinando gli investimenti in infrastrutture allo scopo di connettere le aree residenziali con quelle commerciali e produttive.

 

Qualche esempio virtuoso cui ispirarsi c’è, anche nel Continente africano. Ad esempio, il Senegal di recente ha approvato una nuova legge sul possesso dei terreni che permette alle persone che dispongono di permessi di occupazione temporanei nelle aree urbane di convertirli gratuitamente in titoli privati di proprietà, e dunque di regolarizzare il possesso della loro abitazione. Paesi come il Kenya, Lesotho e la Tanzania hanno avviato massicci interventi di catastizzazione del territorio e del suo uso allo scopo di regolarizzare i diritti di possesso di chi vive nelle “baraccopoli”.

 

A cura di Roberto Giovannini

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