La Venere degli stracci (Approfondimento)

07 gennaio 2015 by

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Questa volta parliamo di un’opera molto particolare: la Venere degli stracci di Michelangelo Pistoletto.  Restituendo dignità artistica a dei vecchi abiti e semplicemente andando a comprare un calco, l’artista ha creato un’icona altrettanto potente della Venere di Milo. Una nuova Bellezza contemporanea, fatta, però, di rifiuti.

La Venere degli stracci è una sua opera della fine degli anni ‘60 ed è l’emblema della cosiddetta arte povera. E’ anche una delle prime opere che pone l’accento sul tema dei rifiuti e del consumismo.   La sua particolarità sta proprio nell’aver donato dignità artistica ad elementi di scarto come gli stracci in aperta contraddizione al consumismo imperante  ed aver posto l’accento sul  tema dei rifiuti già all’epoca ingombranti e dilaganti.

Michelangelo Pistoletto l’ha realizzata nel 1967-68 acquistando un calco di una libera riproduzione della Venere con mela dello scultore neoclassico Bertel Thorvaldsen (già quindi, a sua volta, una statua che nasce a imitazione dell’antico), poi collocato di spalle in modo da citare tutte le possibili Veneri, da quella di Milo a quella cosiddetta Callipigia, alla Venere de’ Medici. La statua deve solo evocare la bellezza e l’arte per eccellenza davanti a una montagna di abiti usati. Il gioco è chiaro: la vita vera, sciupata, usata, in contrapposizione al Bello ideale.

E’ il 1967, e quella scultura sarebbe presto diventata una delle opere manifesto di una poetica nuova che, proprio in quell’anno, Germano Celant chiamò Arte Povera, dando così un nome e una riconoscibilità a un modo di fare arte che rifiutava l’euforia della Pop Art e quell’estetica  di marca americana che, a partire dalla Biennale di Venezia del 1964, si era imposta come pensiero unico dell’arte occidentale. Ora, a quasi quarantasette anni dalla nascita dell’Arte Povera, la Venere degli stracci è un’installazione, ovvero un complesso di oggetti assemblati dall’artista con l’intenzione di ricavarne un’opera e i materiali di cui è composta l’installazione sono particolarmente significativi.  E’ bella nel senso che incarna l’ideal-tipo più condiviso della bellezza – una Venere, appunto – a prescindere dalla sua degradazione rispetto al pregio dell’originale. Con le sue fattezze armoniose, la Venere si allontana vittoriosa dal banchetto con la mela in mano – Paride ha scelto, è lei la più avvenente –eppure nell’installazione di Pistoletto la dea sta andando a nascondersi in un cumulo di stracci.

Ecco il secondo elemento. Dopo il finto marmo, un altro materiale di scarso valore: indumenti dismessi, buttati alla rinfusa, ammucchiati in una specie di covone coloratissimo, nel quale la statua, scorta di spalle, la testa di Venere immersa in un mare di magliette, cenci ,stracci  informi . Perché l’arte non sta chiusa in laboratori, l’arte circola per strada. Bisogna saperla cogliere nei materiali di scarto, nella traversina di un binario, in un rottame, in un ferro vecchio, ma anche nelle forme viventi. Nell’installazione di Pistoletto l’ultima rappresentante decaduta del mondo classico – una misera copia da giardino – viene inghiottita nel turbinio travolgente della modernità. La società, si muove e ignorarla non è più possibile – antimilitarismo, ecologia, emarginazione – il nuovo linguaggio dell’arte deve imparare a convivere con la quotidianità e il suo sociale.

 

A cura di Rita Sberlati, Art curator and Human resources

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