La sfida del clima: una svolta è necessaria

22 settembre 2017 by

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Il clima sta cambiando, anzi è già cambiato. Lo vediamo con sempre più frequenza: dagli uragani Irma e Maria che hanno colpito recentemente gli USA e l’America centrale ai fenomeni metereologici estremi protagonisti nel nostro paese durante questa torrida estate.

 

Le città – che sono rimaste indietro nelle politiche di adattamento – sono l’ambito più a rischio, perché è qui che vive la maggioranza della popolazione nel Mondo, con punte ancora maggiori in Europa e in Asia, e dove l’intensità e frequenza di fenomeni meteorologici estremi sta determinando danni crescenti a edifici e infrastrutture, mettendo in pericolo vite umane.

 

Legambiente ha da poco rilasciato un dossier “Le città alla sfida del clima”, che ha analizzato proprio gli impatti dei cambiamenti climatici e le politiche di adattamento, prendendo in considerazione i danni provocati in Italia dai fenomeni meteorologici avvenuti dal 2010 ad oggi.

 

Nell’arco di tempo analizzato sono 126 i Comuni italiani dove si sono registrati impatti rilevanti con 242 fenomeni meteorologici che hanno colpito l’Italia, provocando danni al territorio e causando impatti diretti e indiretti sulla salute dei cittadini. In particolare ci sono stati 52 casi di allagamenti da piogge intense, 98 casi di danni alle infrastrutture da piogge intense con 56 giorni di stop a metropolitane e treni urbani nelle principali città italiane. Ed ancora 8 casi di danni al patrimonio storico, 44 casi di eventi tra frane causate da piogge intense e trombe d’aria, 40 eventi causati da esondazioni fluviali. Tra il 2010 e gli inizi del 2017, si sono inoltre registrati dal Nord al Sud del Paese 55 giorni di blackout elettrici dovuti al maltempo.
Dal 2010 al 2016 sono oltre 145 le persone morte a causa di inondazioni e oltre 40mila quelle evacuate. In Italia l’ondata di calore del 2015 ha causato, tra gli over 65, 2.754 morti in 21 città italiane e provocato danni gravi alla produzione agricola e ittica dovuti al surriscaldamento. Dati preoccupanti se si pensa che l’Italia è un Paese ad elevato rischio idrogeologico con 7.145 comuni italiani (l’88% del totale) che hanno almeno un’area classificata come ad elevato rischio idrogeologico, e con oltre 7 milioni gli italiani che vivono o lavorano in queste aree.

 

È di questi giorni la dichiarazione del Ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti sulla necessità di mettere al sicuro il Paese dal rischio idrogeologico, semplificando e razionalizzando interventi e procedure, ma anche istituendo un Centro Meteo Nazionale per mettere a sistema i dati di tutte le regioni con quelli europei.

 

Prevenzione, sinergia, collaborazione e semplificazione sono anche le parole chiave del dossier di Legambiente, che si pone 3 principali interrogativi: capire innanzitutto se gli impatti riguardano in modo uguale tutto il Paese, oppure se alcune aree urbane sono più a rischio di altre, e dunque se in quei territori vadano accelerati gli interventi di messa in sicurezza e allerta dei cittadini. Il secondo interrogativo riguarda la frequenza con cui si ripetono gli eventi, per capire le differenze tra le stagioni, e se occorre attrezzarsi anche rispetto alle ondate di calore che in particolare nelle aree urbane possono provocare gravi danni e conseguenze in termini sanitari. Il terzo interrogativo a cui si vuole rispondere è legato alla specificità delle aree urbane, ossia se è necessario che oggi diventino una priorità delle politiche nazionali, che devono ripensare le strategie di prevenzione del dissesto idrogeologico all’interno delle prospettive di adattamento ai cambiamenti climatici.

 

Con l’obiettivo di cominciare ad evidenziare, laddove possibile, il rapporto tra frequenza dei processi climatici e problematiche legate a fattori insediativi o infrastrutturali.

 

È importante quindi produrre studi ed effettuare monitoraggi, condividendo informazioni e buone pratiche. A tal proposito, Legambiente sta elaborando la Mappa del rischio climatico, “per provare a comprendere le possibili cause antropiche, le caratteristiche insediative o i fenomeni di abusivismo edilizio, che hanno aggravato gli impatti, e arrivare a individuare oltre alle aree a maggiore rischio per i cambiamenti climatici anche nuove strategie di adattamento per le città.”

 

Nel frattempo l’Assemblea Generale dell’ONU si è riunita per discutere di cambiamento climatico e, più in generale degli SDGs, ossia gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile approvati due anni fa.

 

Gli accordi di Parigi hanno segnato un passaggio importante in tale senso e, nonostante, la contestata e ambigua posizione degli USA al riguardo, ci sono delle buone notizie che provengono da due iniziative.

 

Da un lato, è nata una piattaforma che riunisce più di 2700 tra città, stati, aziende e università statunitensi che hanno sottoscritto l’appello We are still In, sottolineando la volontà di dare attuazione agli impegni sottoscritti dagli USA con l’Accordo di Parigi sul clima. E da una prima analisi di una parte degli obiettivi, sembra che l’azione potrebbe coprire metà degli impegni assunti dagli USA due anni fa.

 

Dall’altro c’è il Patto Globale sull’ambiente proposto dal presidente francese Emmanuel Macron all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che offre una piattaforma per supportare lo slancio globale sul cambiamento climatico e per migliorare le ambizioni mondiali in tema d’ambiente.

 

Il WWF ha incoraggiato gli Stati ad abbracciare il Patto e Manuel Pulgar-Vidal, leader mondiale Clima e Energia del WWF, ha dichiarato che il patto globale può e dovrebbe servire come piattaforma per creare una forte visione collettiva del futuro.

 

Nel 2020, infatti, ci sarà una convergenza di scadenze rilevanti, associate con importanti strumenti globali come gli obiettivi di biodiversità di Aichi, gli SDG e l’accordo globale sul clima di Parigi. “Queste scadenze possono diventare il momento di svolta per un vero cambiamento.”

 

A cura della Redazione di Now How

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