La Cina scommette sul fotovoltaico

19 dicembre 2017 by

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Quando la Cina si muove, fa muovere davvero l’intero pianeta. L’Impero di Mezzo ha deciso di scommettere sul fotovoltaico, ma con un impeto tale da bruciare ogni obiettivo e ogni previsione. Soltanto nel luglio del 2016 il governo aveva fissato per il 2020 come obiettivo ufficiale il raggiungimento di una potenza cumulativa di 105 GW per il solare fotovoltaico, con la messa in linea di circa una trentina di GW nel corso del 2017. Ebbene, secondo un recente studio di Bloomberg New Energy Finance l’obiettivo 2020 è già stato raggiunto, e sarà con ogni probabilità destinato ad essere polverizzato, visto che le stime aggiornate parlano di addirittura 54 GW di nuova potenza solare in funzione entro la fine dell’anno. Questo, dopo già aver segnato nel 2016 un altro record, con 35 GW installati. E secondo alcuni analisti, non è da escludere che a consuntivo 2017 si possa addirittura raggiungere la straordinaria quota di 60 GW installati.

 

La Cina è già da tempo il primo mercato mondiale del solare fotovoltaico, ma questo primato rischia di diventare insuperabile. Secondo i nuovi calcoli di BNEF, Pechino avrà installato dunque nel corso del 2017 circa 54 GW di potenza solare nel 2017. Vale a dire, più o meno, quanto fatto in un anno dall’intero resto del mondo. Se nella prima metà dell’anno gli analisti avevano registrato una vera e propria corsa alle installazioni, con oltre 24 GW entrati in esercizio, questo dato già notevolissimo era stato spiegato con la volontà da parte degli operatori FV di “chiudere” il maggior numero possibile di progetti prima che entrasse in vigore la riduzione della tariffa di sussidio governativa del Fondo per le Energie Rinnovabili che sarebbe scattata per il mese di giugno (attualmente fissata in 0,42 RMB per Kwh). Ma la riduzione degli aiuti (che probabilmente verranno ancora ridotti un po’ da gennaio 2018) non ha cambiato la situazione, anzi: nel secondo semestre 2017 il boom è continuato alla grandissima. Come rileva Bnef, i grandi produttori cinesi di pannelli, tra cui JinkoSolar e Trina Solar, hanno installato 43 GW di moduli nei primi nove mesi del 2017 sul mercato nazionale, battendo ampiamente i numeri conseguiti l’anno prima (34,5 GW). Nel complesso, considerando la potenza totale cumulativa connessa alla rete, la Cina già a settembre era arrivata a quota 120 GW.

 

Una sorpresa, evidenzia Bloomberg, è arrivata dalle installazioni di sistemi fotovoltaici su tetto nell’ambito del programma governativo per alleviare la povertà energetica in Cina (Poverty Alleviation Program), che hanno molto contribuito alla crescita complessiva del mercato. Ma va molto bene anche la potenza installata nei settori della generazione distribuita.

 

Una prima riflessione generale da svolgere riguarda la impressionante capacità di azione delle autorità cinesi. Ma va detto che il boom del fotovoltaico cinese ci fa capire quanto ancora una volta sia difficile prevedere la crescita effettiva di un’industria reattiva come quella del fotovoltaico.

 

Resta il fatto che i numeri realizzati in Cina hanno dell’incredibile. E rischiano di apparire sempre più incredibili in prospettiva, sconvolgendo letteralmente lo scenario energetico mondiale. Uno studio pubblicato poche settimane fa dal China National Renewable Energy Centre (CNREC) raccomanda di fissare l’obiettivo 2020 a quota 200 GW di potenza solare installata e connessa. Vorrebbe dire stimare 25-30 GW da realizzare nel 2018, nel 2019 e nel 2020. Ma secondo altri analisti, come quelli di Apricum – The Cleantech Advisory, non è impossibile che la Cina possa sostenere una crescita di ben 50 GW per anno, raggiungendo 300 GW di potenza installata nel 2020. Se così fosse, in pratica il solare fotovoltaico cinese raggiungerebbe una percentuale di capacità di penetrazione sul totale nazionale pari al 15%; in fondo nel 2015 la Germania era già giunta al 20%, e l’Italia al 16%. In ogni caso è da prevedere che il segmento con le migliori prospettive di crescita sarà quello della generazione distribuita, che utilizza meno suolo e può essere realizzata più vicino ai luoghi che domandano energia elettrica.

 

Dimensioni impressionanti che pongono per il futuro un altro delicato problema: quello della gestione dei pannelli solari obsoleti, che rappresentano un potenziale pericolo per l’ambiente. Di norma un pannello solare ha una “vita” utile di 20-30 anni, a seconda del territorio in cui operano, visto che le elevate temperature riducono la vita operativa delle celle, mentre tempeste di sabbia o un forte innevamento danneggiano la superficie della struttura e i circuiti elettrici interni. Una volta ritirati, i pannelli vanno gestiti con attenzione: contengono metalli come piombo, cadmio e rame; altri sono elementi rari e costosi, come l’iridio e il gallio. E anche il silicio cristallizzato delle celle va smaltito con cautela. Infine, le procedure industriali di smaltimento utilizzano acidi e sostanze tossiche per l’ambiente che vanno adoperate con criterio.

 

In Europa alcune aziende sono riuscite a mettere a punto tecnologie molto sofisticate che permettono di recuperare circa il 90 per cento dei materiali, ma per la Cina il discorso è più complicato. Prima di tutto, proprio per le stesse dimensioni eccezionali del problema. Secondo Lu Fang, segretario generale per il fotovoltaico della China Renewable Energy Society, nel 2050 nel Paese ci saranno ben 20 milioni di tonnellate di pannelli da smaltire. Peraltro, la grande maggioranza di questi pannelli obsoleti sono situati fisicamente in regioni come la Mongolia interna, molti distanti dagli stabilimenti di riciclaggio, che sono sulla costa del Pacifico meridionale. Certamente non potranno essere smaltiti in discarica; certamente portarli a migliaia di chilometri di distanza per essere riciclati sarà un’operazione molto costosa.

 

Per il momento il governo cinese non sembra aver già pensato a un piano per ritirare e riconvertire i pannelli obsoleti, anche se ha già avviato l’iter per definire le regole amministrative per un corretto smaltimento. Secondo molti addetti ai lavori, la soluzione più semplice e conveniente potrebbe essere quella di rivenderli a basso prezzo a paesi più poveri o meno interessati a tecnologie di qualità: ad esempio, ai paesi del Medio Oriente dove l’insolazione è elevatissima, e dove ci sono grandi spazi desertici che potrebbero ospitare vastissime superfici di fotovoltaico a bassa performance.

 

A cura di Roberto Giovannini

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