Italia (as)sicura?

27 febbraio 2015 by

0saves

Editoriale febbraio 2015

 

Dissesto idrogeologico, rischio calamità, frane, alluvioni, terremoti. Una serie di termini tristemente evocativi che ci sono purtroppo familiari e che descrivono uno dei problemi più allarmanti del nostro Paese. Eppure, scopro da un articolo di Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera del 23 febbraio (Misteri italiani: i geologi spariti nel paese dei terremoti), che, in totale controtendenza rispetto alle reali esigenze del territorio, in Italia rendiamo la vita sempre più difficile a chi vuole studiare e insegnare geologia e scienze della terra. Questioni di budget, di accorpamento dei corsi di studio, ed ecco che a Bologna, “l’università più antica del mondo dove nel 1603 Ulisse Aldrovandi coniò il termine geologia, oggi non esiste più un dipartimento…” Il tutto in una regione dove il rischio sismico ed idrogeologico sono enormi e ci sono, comunque, quattro università.

 

Circa due mesi fa, il settimanale Panorama pubblicava il reportage “Pantano Italia”, una rassegna di fatti, opinioni scientifiche e numeri che lasciano poco spazio all’immaginazione, ma che chiedono urgentemente delle soluzioni pratiche. I vari esperti interpellati, concordano sull’incidenza dei cambiamenti climatici anche sul nostro Paese, interessato da una generale diminuzione dei giorni di pioggia negli ultimi 50 anni, ma da un aumento della concentrazione delle piogge. E’ come se fosse cambiato il modo in cui piove: meno giorni, ma più “bombe d’acqua”, violente e pericolose. Tuttavia, il problema vero non viene dal cielo sopra di noi, ma dal suolo sotto i nostri piedi, dalla sua vulnerabilità, in parte strutturale, ma in gran parte dovuta all’uomo. Mi colpiscono alcuni dati riportati nell’articolo: il 68% delle frane su scala europea interessa l’Italia, e ci aggiudichiamo anche il primato per il consumo del suolo. Cementificazione, impermeabilizzazione del suolo, mancanza di opere di prevenzione e difesa. Tutto ciò, ipotizzando di affrontare il problema in blocco, ci costerebbe 40 miliardi di euro, mentre il Governo dichiara di averne a disposizione al momento 9.

 

#italiasicura è la struttura di missione che il governo ha creato nel 2014 per far fronte al dissesto idrogeologico ed è notizia di febbraio lo “sblocco” di 7 mila cantieri da aprire entro il 2015, con tutti i vantaggi di indotto economico che comporteranno (secondo l’Ance per ogni miliardo investito si creeranno 23 mila posti di lavoro). Perché, oltretutto, leggiamo ancora nel reportage di Panorama, il deterioramento del territorio, in termini economici e di vittime, costa ben 3,5 miliardi l’anno al bilancio dello Stato.

 

Ma dove reperire i 31 miliardi restanti necessari per risanare il territorio? Molto difficile pensare che possano venire dallo Stato. Non succede più ormai quasi in nessun Paese, tantomeno in tempi di crisi. Il dibattito verte da tempo, con toni contraddittori, sull’opportunità di interventi assicurativi privati per il cosiddetto “rischio catastrofale”. Ne parlano la Protezione Civile, l’Ania -l’associazione delle compagnie assicurative – e il Governo. Le modalità possibili sono varie, ad esempio 50% della ricostruzione potrebbe essere a carico dello Stato, il resto a carico dell’assicurazione che il cittadino ha contratto privatamente. Si fa già negli Stati Uniti, in Giappone, in Spagna, in Francia, in Nuova Zelanda e così via. Il vantaggio è assicurarsi un intervento sicuro e tempestivo in caso di disastro, terremoti compresi ovviamente. In aggiunta, si può pensare ad incentivi fiscali ed altre misure simili. Il dilemma, semmai, è se rendere queste polizze facoltative o obbligatorie. In questo secondo caso, come evitare che i cittadini la percepiscano come una nuova tassa nascosta o un intervento a favore di interessi privati?

 

Nel settembre del 2010, la regione del Canterbury e in particolare la città di Christchurch in Nuova Zelanda, furono colpiti da un violento sisma di magnitudo 7,1. I danni furono immensi, stimati intorno ai 3,5 miliardi di Euro. La città e i dintorni erano interamente da ricostruire, o fortemente compromessi, inclusi i nostri uffici. Ricordo ancora la grande mobilitazione volontaria dei nostri colleghi neozelandesi per aiutare la popolazione locale. Due mesi dopo, proprio quel team fu incaricato ufficialmente dell’importante progetto di ricostruzione di Christchurch per conto di un committente particolare: Vero Insurance, un istituto assicurativo, appunto. Il progetto prevedeva non solo la valutazione tecnico-economica dei danni e degli interventi da finanziare, ma anche aspetti relazionali come la gestione delle comunicazioni con i clienti.

 

Lo Stato interviene a sua volta grazie a un fondo istituito per le catastrofi naturali, in parte finanziato anche dalle assicurazioni private. Cinque anni dopo, il 90% delle pratiche assicurative risulta evaso e la ricostruzione nella sua fase finale.

 

Il terremoto dell’Aquila risale al 2009, solo un anno prima, ma l’andamento della ricostruzione è ancora lento e desolante e i fondi incerti. Per non parlare dell’Irpinia. Ancora pochi mesi fa, a 35 anni dal sisma, si parlava di un fabbisogno ulteriore di 2 miliardi di euro per completare la ricostruzione e 938 cantieri da attivare.

 

Forse è tempo di cambiare rotta, provare nuovi approcci, lasciare spazio a un po’ di coraggio e pragmatismo decisionale, anche se apparentemente impopolari. L’esperienza, in fondo, ci insegna che non possiamo ottenere risultati diversi se continuiamo ostinatamente a fare le cose sempre allo stesso modo.

Manager: è tempo di jugaad

Precedente:

Manager: è tempo di jugaad

Benessere, salute e sicurezza nelle aziende italiane

Successivo:

Formare alla salute e “performare” grazie al benessere

Potrebbe interessarti