In Norvegia le pensioni diventano più “green” (Approfondimento)

25 maggio 2015 by

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Il fondo pensioni norvegese ha disinvestito da centinaia di società per dubbi sulla sostenibilità del modello di business. Su valutazione rischi e gestione portafoglio pesa la bolla del carbonio.

 

“Noi lavoriamo per salvaguardare e costruire il benessere finanziario delle generazioni future… Un giorno il petrolio finirà, ma i rendimenti del fondo continueranno a portare benefici alla popolazione norvegese”.  E’ il principio base su cui poggia il Norges Bank Investmet Management (http://www.nbim.no/), il fondo pensione pubblico globale della Norvegia, gestito dalla Banca centrale Norvegese. E’ il maggiore fondo sovrano al mondo con asset per circa 7 mila miliardi di corone norvegesi, qualcosa come 834 miliardi di euro (al 20 maggio 2015).  E proprio per tenere fede a questo concetto il governo norvegese ha proposto di rendere più ‘green’ il suo fondo  sovrano, raddoppiando gli  investimenti  nelle attività a favore dell’ambiente, portandoli da 30 fino a 50 miliardi di corone (circa 6 miliardi di euro) ma soprattutto vietandogli di investire in società che si siano rese responsabili di atti e omissione che “comportano emissioni di gas a effetto serra a un livello non accettabile”. Un connubio insolito si potrebbe pensare: finanza ed ecologia difficilmente vanno a braccetto.  Inusuale questo sì, ma certo non privo di logica. Le scelte in ambito ambientale per cercare di contrastare il riscaldamento globale da parte di molti Stati, dagli Usa alla Cina, all’Unione Europea fino ad arrivare alle decisioni a livello di piccole città, hanno e avranno impatti economici inevitabili su industrie e aziende ancora legate, sia direttamente sia indirettamente, al carburante fossile. Nel corso del 2014 il fondo sovrano norvegese, che ha investimenti in 75 Paesi e in 9 mila società, ha azioni nell’1,3% a livello mondiale di società quotate e nel 2,4% se ci si riferisce solo alle quotate in Europa,  ha disinvestito da 49 aziende  perché riteneva che ci fosse un livello troppo elevato di incertezza circa la sostenibilità del loro modello di business. Nel corso degli ultimi tre anni, è uscito da ben 114 società. La scelta di abbandonare gli investimenti legati al carburante fossile è senza dubbio una valutazione del rischio, una decisione legata alla gestione del portafoglio ma rappresenta anche un’istanza di valore etico. Dietro a tutto ciò  c’è l’ombra lunga della “bolla del carbonio”,  un pericolo che aleggia sui mercati finanziari legato agli asset che perdono di valore perché costruiti su riserve di combustibili fossili che non potranno essere sfruttate.

 

La comunità internazionale si è posta un obiettivo: l’atmosfera della terra non dovrà aumentare di più di 2 gradi centigradi entro la fine del secolo. I rappresentanti di 194 Stati si sono impegnati a raggiungere questo obiettivo alla Conferenza dell’Onu sul clima di Cancún, Messico.  In uno studio pubblicato sulla rivista Nature nel gennaio scorso (http://www.nature.com/nature/journal/v517/n7533/full/nature14016.html) si afferma che se si vuole avere il 50% di probabilità di non aumentare la temperatura globale più di 2 gradi in questo secolo, il mondo dovrebbe lasciare sotto terra i due terzi delle sue riserve di carburante fossile ancora inesplorate. Il che equivale a dire che la maggior parte delle riserve di petrolio, gas e carbone, non potrà essere utilizzata, rendendole praticamente prive di valore per i l proprietari.  Ecco quindi che le nozze tra finanza ed ecologia assumono in significato più immediato e si potrebbe dire che il matrimonio, rivisitando la famosa frase manzoniana, “s’ha da fare”. Tuttavia non sono molti gli investitori istituzionali ad aver attuato una saggia politica di disinvestimento dal fossile, in scia a quanto fatto dal fondo sovrano norvegese. Un report sui più grandi fondi di investimento al mondo, pubblicato lo scorso aprile, mostra che solo uno sparuto gruppo sta agendo per proteggere il proprio portafoglio dai rischi associati al global warming.  Nella terza edizione del rapporto di Aodp  -  Asset Owners Disclosure Project (http://aodproject.net/news/85-world-s-largest-investors-continue-to-gamble-on-climate-risk.html), che esamina gli investimenti dei 500 più grandi fondi di investimento al mondo, compagnie assicurative, fondi pensione e fondi sovrani, afferma che circa la metà di essi non ha saputo proteggere il proprio portafoglio dagli effetti dei cambiamenti climatici e sta rischiando su compagnie pesantemente esposte a rischi ambientali. Tra i 500 censiti ben 232 non stanno facendo assolutamente nulla per tutelarsi. Tra i pochi virtuosi: Local Government Super (Australia), KLP (Norvegia), CalPERS (USA), ABP (Paesi Bassi), Environment Agency Pension Fund (Regno Unito), New York State Common Retirement Fund (USA), Australian Super, PZW (Paesi Bassi) e AP4 (Svezia). Sono saliti a nove dai cinque dell’anno precedente, ma sono ancora pochi.

 

Per questo la decisione del governo norvegese, di impedire investimenti da parte del suo fondo sovrano in società non attente al tema del riscaldamento globale, deve essere vista come un importante segnale. Se a muoversi è il numero uno al mondo, ci sono speranze che anche altri lo seguano nella scelta di tutelare gli interessi dei risparmiatori proteggendoli dal rischio clima-bolla del carbonio. Se non altro per non rischiare di arrivare sul mercato quando i venditori saranno numerosi e le quotazioni in sofferenza.

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