Il Bosco delle Querce di Seveso e Meda quaranta anni dopo il disastro della diossina a Seveso nel 1976

21 dicembre 2016 by

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Nel 1976 l’area dell’attuale Bosco delle Querce di Seveso e Meda, di oltre 42 ha, fu investita da una nube di diossina. Era il primo incidente ambientale in Europa riconosciuto nella sua gravità, un incidente che avrebbe segnato profondamente la popolazione locale e che avrebbe provocato l’evoluzione della normativa ambientale in Europa.

 

Nulla si sapeva con certezza dei danni che avrebbe potuto provocare un simile evento. Pur con varie critiche e differenze di opinioni scientifiche, certamente fu il primo inquinamento che venne affrontato con sistematicità e dove i responsabili furono chiamati a pagare, e pagarono, i danni provocati. L’area inquinata venne monitorata e suddivisa in tre aree a diverso grado inquinamento.

 

Tralasciando tutte le azioni su grande scala di monitoraggio sanitario e ambientale, ancora parzialmente in corso, quanto segue è quanto accadde per la zona A, la zona a più alto inquinamento.

 

Gli interventi sino al 1986 furono coordinati e decisi dal Commissario speciale, Luigi Noè, politico, ingegnere e agronomo, che, per quanto mi riguarda, affrontò con coraggio e esperienza una situazione drammatica di difficile gestione, anche perché senza precedenti a cui rifarsi.

 

L’area fu completamente scarificata e tutta la terra inquinata venne confinata in due grandi discariche tecnologicamente molto avanzate e soggette ancora oggi al  monitoraggio. Vennero utilizzate anche tecniche proprie della gestione dei siti nucleari. Contrariamente ad altre volontà, che volevano la restituzione dell’area per la edificazione, il Commissario Noè decise che i 42 ha sarebbero stati destinati alla formazione di una grande area naturalistica quale area di inserimento nel territorio delle due discariche, compensazione e memoria perenne di quanto successo.

 

Nel 1984 venne dato il via in appalto alla formazione di un grande prato alberato con un significato naturalistico e paesaggistico limitato.

 

L’attecchimento delle piante e del prato fu discreto, con molte difficoltà tecniche per la scarsa fertilità e cattiva struttura del terreno riportato per uno spessore di qualche decina di centimetri da aree esterne.

 

Dopo aver eseguito la D.L dei lavori in appalto con un gruppo di allora giovani tecnici dell’Ufficio di Milano della ARF, agronomi, forestali, periti, operai, ci appassionammo a questa impresa complessa che ci accompagnò professionalmente nel tempo. In circa 20 anni gradualmente, con una gestione pubblica diretta e il continuo confronto con le strutture regionali, questo gruppo di lavoro, riprogettò e operò su tutta l’area con tecniche innovative e tradizionali adattate alla situazione particolare. Alla programmazione annuale, degli interventi furono chiamate a concorrere istituzionalmente i vari enti tecnico scientifici volontariamente disponibili.

 

Si sperimentarono tecniche agroforestali intensive ed estensive, per il rapido miglioramento del terreno , povero di fertilità, e la evoluzione naturalistica delle aree: si utilizzarono solo specie forestali autoctone, si  intervenne gradualmente negli anni con varie fasi di impianto finalizzate alla zonizzazione delle diverse aree e alla formazione di soprassuoli stratificati e diversificati, i sesti di impianto furono asimmetrici o curvilinei e gli sfalci dei prati rustici differenziati nelle diverse aree anche per incentivare la fauna e la vegetazione arbustiva ed erbacea. In particolare l’avifauna ebbe un incremento rapido anche attraverso la formazione di micro aree faunistiche impenetrabili con impianti molto fitti stratificati e con aree umide.

 

Si intese incrementare costantemente il livello di biodiversità e di complessità paesaggistica, definendo bene le aree per la fruizione intensiva, quella estensiva, le aree naturalistiche, le aree paesistiche e quelle di rispetto per le due discariche.  Ogni anno venivano aggiunte piante e cespugli, laghetti e si modificava e si adattava la gestione forestale. Pur essendo chiusa al pubblico l’area sino al 1996, il dialogo con gli enti e la popolazione, le scuole e le istituzioni fu continuo attraverso varie iniziative e momenti di confronto.

 

Nel decennio 1886-1996 furono poste le basi da cui si è sviluppata la attuale situazione naturalistica e paesaggistica del Bosco delle Querce. Furono determinanti per il risultato i finanziamenti e il dialogo continuo, che spesso superò agevolmente l’ordinaria burocrazia, con la regione Lombardia e con altri enti locali e di ricerca.

 

Fu prezioso anche il coinvolgimento nei lavori di agricoltori e artigiani locali.

 

Nel 1996 il Bosco venne inaugurato. Successivamente il Bosco venne protetto con  una legge regionale che ne impediva il cambio di destinazione e venne dichiarato Stazione sperimentale Bosco delle Querce ai sensi della legge regionale 86/83 “Legge quadro sulle aree protette regionali”

 

Il livello di biodiversità raggiunto nel 2003 era superiore a quello del vicino Parco di Monza che possiede popolamenti forestali secolari.

 

Nel 2004 l’area, consolidata, venne affidata al comune di Seveso, che mantenne il supporto operativo e tecnico della Azienda regionale delle Foreste (ora Ersaf).

 

Il Comune ha sviluppato moltissime iniziative sia per favorire la fruizione sia perché il Bosco mantenesse la memoria di quanto successo.

 

Il Bosco delle Querce ha permesso alla popolazione locale di riavvicinarsi all’area già inquinata e di metabolizzare, almeno in parte, una esperienza emotivamente molto difficile.

 

Con i fondi ancora disponibili dal bilancio degli interventi, la Regione Lombardia nel 1986 istituì la Fondazione Lombardia per l’Ambiente come “Ente di carattere morale e scientifico” per valorizzare l’esperienza e le competenze tecniche acquisite in seguito all’incidente ICMESA a Seveso del 1976.

 

Molto materiale informativo è scaricabile al sito  del Comune di Seveso www.boscodellequerce.it  e  al sito www.ersaf.lombardia.it , in particolare tutto quanto svolto dall’incidente sino al 2001 e dettagliatamente descritto nel testo scaricabile di M. Di Fidio.

 

A cura di Paolo Lassini, dottore forestale, docente UNIMI

 

 

Paolo Lassini, dottore forestale, docente UNIMI

È stato direttore dei lavori per l’appalto del verde 1984-1985 (come Ispettore del Corpo Forestale) e poi coordinatore della gestione e realizzazione in amministrazione diretta del Bosco dal 1986 al 1998 (come dirigente dell’Ufficio Operativo della azienda regionale delle Foreste della Lombardia).

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