I rifiuti nella storia, ovvero per una ecostoria dei rifiuti

15 dicembre 2016 by

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Qualsiasi indagine sulla produzione e lo smaltimento dei rifiuti in una prospettiva storica non può che muovere da una domanda iniziale: in quale fase della storia le società europee hanno conosciuto e fatto proprio il concetto di rifiuto in riferimento ai processi economici? In quale momento, cioè, del suo percorso verso la definizione di un sistema economico capitalistico, il mondo occidentale si è trovato di fronte alla necessità di gestire, in modo sistematico, il problema dei rifiuti?

 

Questo passaggio cruciale, che nemmeno gli economisti classici erano stati in grado di prevedere, si colloca nell’alveo della rivoluzione industriale, quando, rispetto ai secoli dell’età moderna, cambiano profondamente i rapporti di produzione ed inizia uno sfruttamento inedito e più intenso delle risorse energetiche a disposizione dell’uomo. Come ampiamente noto, nel corso del Novecento, ma con una forte accelerazione negli ultimi decenni del XX secolo, la progressiva crescita ed espansione dell’economia, la definitiva “esplosione” demografica e il configurarsi di una società dei consumi di massa, spinta fino alle sue più estreme conseguenze, hanno trasformato la questione dei rifiuti e dell’inquinamento in un nodo centrale per il mantenimento degli equilibri politici e sociali posti alla base della civiltà occidentale e delle sue relazioni con il resto del mondo. In questo scenario del tutto nuovo, il rifiuto non è più un semplice effetto collaterale dei processi di produzione e consumo, un fattore di degrado capace di incidere negativamente sulla salute dell’uomo, ma è diventato esso stesso un protagonista di primo piano della vita economica.

 

In realtà, questa collocazione centrale dei rifiuti nelle dinamiche e nei processi sociali ed economici non rappresenta una novità introdotta dalla rivoluzione industriale; quest’ultima ha semplicemente accelerato il passaggio da una percezione dei rifiuti come elementi da reintrodurre nei cicli produttivi, mediante un movimento continuo e ripetitivo, tale da evitare sprechi e da ridurre al minimo i residui inquinanti difficili da smaltire, ad una visione degli stessi come un qualcosa che non si può più utilizzare. Appare evidente come in riferimento alle attuali necessità di incentivare i processi di riciclo, capaci di sviluppare nuove economie, non si possa non guardare all’età preindustriale, come un’utile lezione da rivedere e apprendere. La nozione di rifiuto come un elemento da reintrodurre nei cicli produttivi, infatti, non è nuova, non è una scoperta di questi ultimi anni. Essa appartiene e proviene dal mondo preindustriale, certamente più attento di quello attuale alla salvaguardia degli equilibri ambientali. Qualche esempio ci può aiutare a comprendere questa particolare visione degli scarti, raramente considerati come spazzatura “definitiva”, in quanto attinenti a delle società perennemente caratterizzate da una povertà che non poteva non spingere gli uomini verso il recupero e il riuso di avanzi e scorie.

 

Se è vero che in particolari condizioni, nella Francia di metà Quattrocento, ma non solo, anche i cadaveri delle persone vengono riesumati per trasformarsi, come ci racconta Jean Teulé nel suo romanzo dedicato alla vita del poeta François Villon, in nuovo cibo, nello stesso tempo, non è necessario arrivare a queste situazioni estreme per trovare esempi di complementarità tra le attività manifatturiere, i consumi privati e i rifiuti. Nell’agricoltura tradizionale che precede l’avvento dei fertilizzanti chimici, la fertilità della terra si ricostituisce non solo con gli escrementi animali ed umani (letame), ma anche con altri rifiuti organici provenienti dal consumo e dalla produzione: ceneri dei focolari, calce, conchiglie triturate, cenci, brandelli di lana, rifiuti urbani in generale. Del resto, lo scambio tra città e campagna, per tutta l’età moderna, è molto intenso anche sul fronte dei rifiuti. In tutta Europa, questi ultimi vengono raccolti in cesti o in altri recipienti per essere poi distribuiti ai contadini della fasce rurali più vicine alle città stesse. I vuotapozzi rivendono ai contadini la materia estratta dai pozzi neri. Appare evidente, quindi, come dal medioevo in poi, intorno allo smaltimento dei rifiuti si vengano a definire dei veri e propri mestieri. Goethe, nel suo Viaggio in Italia, ricorda come siano numerosi coloro che a Napoli lavorano trasportando le immondizie all’esterno della città  a dorso d’asino.

 

Se dal mondo rurale ci si sposta a quello della produzione manifatturiera, in realtà ancora in bilico tra agricoltura e spazio urbano, il sistema del riciclaggio appare ancora più evidente e forte. Si pensi al deposito solido che si estrae dalle botti da vino, dal quale si ottiene il cremor tartaro. Si pensi al grasso degli animali (sego) utilizzato per fabbricare candele. Si pensi, ancora, all’uso del carniccio, cioè dei brandelli di carne che restano attaccati alla pelle degli animali macellati o scuoiati e in quest’ultimo caso il riferimento è alla concia delle pelli, per produrre la colla. Non è un caso che molte cartiere, nel corso dell’età preindustriale, si vadano a collocare in centri urbani dove sono già presenti delle concerie, in quanto nel processo produttivo della carta è ampiamente utilizzata proprio la colla ottenuta dal carniccio.

 

La manifattura della carta offre un altro esempio di riciclo di grande importanza. Fino a Novecento inoltrato la materia prima di questi opifici è rappresentata dagli stracci. È dalla macerazione di questi ultimi che si ottiene, infatti, la fibra vegetale (lino, canapa, cotone) indispensabile per realizzare i fogli di carta. Dal medioevo in poi, intorno alla raccolta degli stracci, si consolida un vero e proprio sistema economico, spesso formalizzato con l’istituzione di privative e con la nascita, come nella Roma di età moderna, di apposite corporazioni, come l’Università degli straccivendoli e robivecchi. I rigattieri che recuperano oggetti in ferro o di vetro rappresentano un altro anello di congiunzione tra i rifiuti e nuovi possibili processi produttivi estremamente diversi. Gli stessi cenci dismessi non alimentano soltanto la manifattura della carta e sono così preziosi da alimentare, almeno fino alla prima metà del XIX secolo, delle fiorenti attività di contrabbando e dei flussi continui di esportazioni che dall’Italia arrivano fino alle cartiere francesi, inglesi ed olandesi, ma sono alla base anche di altre importanti lavorazioni. Sempre nella Roma del Settecento, infatti, gli stracci migliori sono utilizzati anche per confezionare fiori di stoffa, oppure per realizzare bende e garze utilizzate negli ospedali della città.

 

Appare evidente, quindi, come molte dinamiche riguardanti i rifiuti e il riciclaggio siano presenti, seppur con aspetti e dimensioni diversi, in ogni fase della storia dell’uomo e delle sue attività produttive, rappresentandone il rovescio. Come nel mondo preindustriale, anche oggi i rifiuti e le modalità con le quali si provvede al loro smaltimento o al loro riuso rappresentano una sorta di specchio molto fedele di una società e del suo grado di civiltà.

 

A cura di Augusto Ciuffetti

 

 

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Augusto Cuffetti

Ricercatore e docente di Storia economica presso il Dipartimento di scienze economiche e sociali dell’Università Politecnica delle Marche. È direttore della rivista “Patrimonio industriale” e membro dei comitati scientifici delle riviste “Ricerche Storiche” e “Proposte e ricerche”. È socio onorario della Fondazione Gianfranco Fedrigoni-Istituto Europeo di Storia della Carta e delle Scienze Cartarie di Fabriano.
Si occupa di storia della protoindustria, di storia ambientale e di storia del welfare aziendale. Tra le sue pubblicazioni più recenti si segnalano Carta e stracci. Protoindustria e mercati nello Stato pontificio tra Sette e Ottocento, Bologna, Il Mulino, 2013; La concordia fra i cittadini. La Società Unione e Mutuo Soccorso di San Marino tra Otto e Novecento, Repubblica di San Marino, Centro Sammarinese di Studi Storici, 2014; Usi civici e spazi collettivi nell’Italia centrale. Alcuni percorsi interpretativi tra economie di rete, capitalismi mercantili e sistemi territoriali locali, in “Glocale”, n. 9-10, 2015.

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