I Big Data per la creazione di valore sostenibile

03 novembre 2016 by

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Nuovi modelli e innovazioni intervengono costantemente nel ridisegnare il rapporto tra consumatori e brand. Negli ultimi anni, il modo in cui le tecnologie digitali stanno modellando questa relazione è stato oggetto di numerosi e accesi dibattiti, soprattutto da quando sono entrati in scena i Big Data.

 

Con quest’ultima espressione ci si riferisce alla raccolta e all’analisi di una grande quantità di dati, una mole di informazioni che proviene da innumerevoli fonti e che al giorno d’oggi corrisponde all’ordine degli Zettabyte ovvero miliardi di Terabyte, un record per l’umanità.

 

La vera sfida consiste nel riuscire ad interpretare tutti questi dati attraverso l’elaborazione di specifici metodi e tecnologie che possano portare alla conseguente estrazione di valore. Si tratta in pratica di trovare degli algoritmi in grado di trattare numerose variabili in un tempo molto ridotto e con poche risorse computazionali.

 

In Italia, il primo grande evento sul tema si è tenuto a Roma lo scorso maggio: un summit della durata di tre giorni organizzato per discutere dell’innovazione e delle sfide tecnologiche, economiche e sociali determinate dai Big Data e dalla Data Driven Innovation.

 

I vantaggi derivanti infatti da queste analisi sono molteplici e non riguardano semplicemente l’utilizzo che ne fanno grandi colossi come Google e Amazon per poter interpretare il comportamento dei clienti al fine di rispondere al meglio alle loro esigenze. Il fenomeno dei Big Data coinvolge ormai l’intera società fino ad invadere ogni ambito, dal settore automobilistico alla medicina, dal commercio alla finanza, dalla biologia alla chimica farmaceutica. Perché è attraverso la comprensione delle informazioni che è possibile, ad esempio, migliorare le performance energetiche di un paese, individuare i luoghi ideali per poter realizzare dei parchi eolici oppure fare dei progressi in campo medico.

 

I benefici sono sicuramente notevoli anche nel settore alimentare, dove l’applicazione dei Big Data potrebbe aiutare ad utilizzare le risorse in un modo più ecologicamente responsabile, migliorare le decisioni di approvvigionamento e implementare soluzioni di economia circolare all’interno della catena alimentare.

 

In particolare, i grandi dati e le analisi avanzate possono ottimizzare le attività a valle della catena alimentare come la gestione dei rifiuti. Questi ultimi sono infatti all’origine di gravi perdite economiche, danneggiano le risorse naturali e aggravano i problemi di sicurezza alimentare.

 

Ogni anno, a livello globale vengono buttate via 1.300.000.000 tonnellate di cibo; circa il 30% del cibo prodotto per il consumo umano viene sprecato in tutta la catena di approvvigionamento alimentare. L’impatto economico di questo spreco colpisce tutti allo stesso modo (organizzazioni, aziende e consumatori finali), ma soprattutto solleva delle forti e non più trascurabili questioni morali se si pensa che nel frattempo un miliardo di persone in tutto il mondo soffre la fame.

 

È in questo contesto che si inserisce FoodCloud, un’impresa sociale che sfrutta la potenza del crowdsourcing nel tentativo di ridurre il cibo sprecato dai rivenditori.

 

La missione è quella di offrire un modo veloce ed efficiente alle aziende per donare le eccedenze alimentari ad associazioni di beneficenza all’interno delle loro comunità. Le eccedenze alimentari sono un cibo perfettamente idoneo al consumo ma non vendibile per una serie di ragioni (es.: prodotti freschi che non saranno venduti il ​​giorno successivo, il prodotto breve datato, l’imballaggio leggermente danneggiato o errori in ordine).

 

Utilizzando l’applicazione FoodCloud – o andando sul sito – un rivenditore può caricare i dettagli delle proprie eccedenze alimentari e il periodo di tempo entro cui il cibo può essere raccolto. Un messaggio di testo viene inviato automaticamente a un ente di beneficenza nella comunità che raccoglie direttamente dal rivenditore.

 

Operante in Irlanda, FoodCloud ha recentemente instaurato una partnership anche con Tesco, il più grande rivenditore di alimentari del Regno Unito con l’obiettivo appunto di fare da tramite anche qui con gli enti di beneficenza che hanno le strutture per offrire cibo a chi ne ha bisogno.

 

Come scrive Bernard Marr su Forbes, si tratta di un’attività che, seppur apparentemente non troppo complessa, richiede una tecnologia abbastanza avanzata, che sta per essere implementata e adeguata al tipo di scala necessaria per portare avanti il ​​cambiamento sociale. E i piani sono in corso per operare in un regime di 1.000 negozi Tesco entro la fine dell’anno.

 

“Siamo in grado di raccogliere tutti i tipi di dati su tutto il cibo che viene donato, e sulle organizzazioni a cui viene donato”, ha sostenuto il Co-fondatore di Iseult Ward;

ed è proprio questo approccio che differenzia FoodCloud da molte organizzazioni di ridistribuzione tradizionale delle eccedenze alimentari, permettendo di misurare anche le prestazioni dei negozi e delle associazioni di beneficenza coinvolte.

 

FoodCloud è solo un esempio tra molte iniziative – anche in Francia, ad esempio, opera un’organizzazione con una missione simile, Phenix – che dimostra come i Big Data possano offrire informazioni preziose che vanno oltre il semplice dato e che rappresentano un potenziale enorme per la creazione di valore sostenibile.

 

A cura di Roberta Tedesco, Social Media Strategies in Eggers 2.0, factory creativa

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