Giorni rubati. Storia di un infortunio sul lavoro (Approfondimento)

25 maggio 2015 by

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“Giorni rubati” della Compagnia teatrale Rossolevante (www.rossolevante.it) è molto più di uno spettacolo teatrale. E’ un’esperienza forte, un pugno nello stomaco, lo specchio di una società che nonostante tutto non riesce ancora a liberarsi di morti e incidenti gravi sul posto di lavoro.

Lo spettacolo, dopo avere debuttato nel 2010 in Sardegna, ha cominciato a girare l’isola prima e il Continente poi (da Trieste a Palermo), ripassando per Milano il 28 aprile 2015 in occasione della Giornata Mondiale della Sicurezza e della Salute sul Lavoro.

 

Juri Piroddi è il regista di “Giorni Rubati” e questa è stata la nostra chiacchierata con lui…

 

Now How: “Come e quando nasce l’idea di “Giorni Rubati”?”

 

Juri: “Per rispondere a questa domanda, riporto qui un testo da me scritto per il librino Riflessioni di un combattente, con le poesie di Giammarco (ndr Giammarco Mereu, protagonista dello spettacolo e vittima di infortunio sul lavoro):

 

(…) come nasce uno spettacolo teatrale? Posso rispondere soltanto per me stesso: da un incontro. Con un luogo (un bosco, una montagna, una città), un testo (non necessariamente scritto per la scena), una musica (suoni/rumori), un altro (almeno) essere umano. Giorni rubati è nato perché, dopo tanti anni, ho re-incontrato Giammarco.

Una sera di novembre del 2006 – a soli 37 anni – Giammarco è rimasto schiacciato sul posto di lavoro sotto un cancello di 600 chili che gli ha spezzato la schiena e tolto per sempre la possibilità di camminare.

 

Era uno di quegli autunni caldi, che fanno fatica a lasciare strada all’inverno. Era martedì e già pensavo a quello che avrei fatto la domenica. Quella domenica non è mai arrivata e non arriverà mai più. Ora tu fermati e dimmi: sei felice? No, non tra cinque anni, non tra dieci. Adesso, ora, dimmi: sei felice?

 

Dopo l’incidente, Giammarco, ha sentito la pressante necessità di mettere per iscritto tutte le conseguenze di quello che gli è capitato: i sentimenti, le trasformazioni fisiche ed emotive, le riflessioni, le domande. Scrivere ha rappresentato una delle strategie di sopravvivenza da lui adottate, una maniera per elaborare il dolore e andare avanti. Un modo per raccontare la sua storia ma anche per mettere ordine a quell’impasto di emozioni e impulsi che – ovviamente si agitavano in lui nel periodo immediatamente successivo all’incidente.

L’estate del 2009 Giammarco mi ha spedito le sue Riflessioni di un combattente – le poesie scritte di getto dopo l’incidente.

Riporto per intero il contenuto di una mia mail di risposta inviatagli il 6 agosto di quell’anno:

 

Ciao Giammarco, grazie per le poesie. Sono molto intense. Avevo paura di trovare qualcosa di patetico (i poeti in erba solitamente lo sono…), ma mi sono sbagliato di brutto.

Mi è venuta voglia di portare avanti un progetto teatrale con te, uno spettacolo di teatro civile (ma anche “incivile”, cioè che faccia incazzare parecchio!) sugli incidenti sul lavoro (mortali e no) che in Italia sono un vero flagello. Partire da te per parlare di tutti. Non per muovere lo spettatore a pietà. Assolutamente. Ma per farlo pensare e reagire. E farlo attraverso uno spettacolo che sia anche simpatico (è drammatico quello che hai vissuto ma sono sicuro che se non avessi un po’ di sano senso dello humor sarebbe tutto ancora più difficile). E poi con tanta poesia (non solo in versi). Detto così non so se la cosa ti è chiarissima. Sarebbe meglio parlarne a voce. Quando vengo a Lanusei ti cerco. Intanto riflettici. È una proposta di lavoro, no?

 

Adesso “Giorni rubati” è una realtà.

Con questo spettacolo raccontiamo una vicenda personale per arrivare ad abbracciare le innumerevoli storie che ogni giorno si consumano in Italia e nel mondo. “Giorni rubati” è la testimonianza di una lotta personale che vuole diventare anche una lotta comune, perché si parli di questa specie di guerra sotterranea che nessuno vuol vedere o di cui vuol sentire parlare.”

 

N. “A chi vi rivolgete e con quali obiettivi?”

J. “Lo spettacolo si rivolge a tutti (dai 10 anni in su). Abbiamo avuto platee di studenti, operai, imprenditori, sindacalisti, carcerati, degenti di un ospedale oncologico…

Oggi lo spettacolo ha al suo attivo 132 repliche. E’ stato fatto in serale, per un pubblico adulto, in matinée per le scuole secondarie di primo e secondo grado, nelle fabbriche, nelle carceri, negli ospedali. All’aperto e al chiuso. Dal Salone delle Feste del Quirinale al cortile della sezione femminile del Carcere di San Vittore.”

 

N. “Come venite accolti dal pubblico e cosa sentite di aver raggiunto con questo lavoro?”

J. “Il pubblico accoglie lo spettacolo semapre con una forte emozione. Ogni volta che una replica termina spesso diamo la possibilità agli spettatori di fare qualche domanda o un intervento. La sensazione che si ha è quella di aver fatto un piccolo passo verso una nuova consapevolezza: la salute e il lavoro sono due valori per i quali vale la pena combattere. Basta con gli incidenti sul lavoro.

 

N. “In Italia, però, ci si ferisce o si muore ancora sul lavoro. Quali sono i passi necessari che ancora non abbiamo compiuto come legislatori, datori di lavoro, lavoratori… persone?”

J. “Occorre una vera e propria rivoluzione culturale. Un cambio di paradigma. Parafrasando “Il libro che ti salva la vita” di Sabatini De Sanctis e Davide Scotti (che proprio in queste settimane stiamo tentando di tradurre per la scena – lo spettacolo si chiamerà “Il virus che ti salva la vita”): “Quando avviene un incidente sul lavoro si cerca subito un colpevole. Ma questi altro non è che la cultura, intesa come il modo di fare le cose qui, l’insieme di abitudini, comportamenti, consuetudini e regole non scritte che caratterizzano una determinata organizzazione o contesto sociale. Il colpevole è quella cultura che si avvale della complicità di chi respinge ogni forma di cambiamento. Siamo resistenti al cambiamento, ci fa paura. Su questo bisogna agire, ognuno con le armi che possiede: legislatori, datori di lavoro, lavoratori. Solo noi possiamo scegliere di scavalcare le nostre paure. La chiave del cambiamento è dentro di noi. Dovremmo costruire una società dove la salute e la sicurezza fossero percepite come un valore e l’azione di tutti convergesse in quel senso. Se ognuno di noi trovasse le motivazioni per fare qualcosa di diverso, allora il nostro modo di pensare influenzerebbe quello di qualcun altro”.

 

Nota: foto su gentile concessione di Pietro Basoccu

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