Dissesto idrogeologico: e se cambiassimo approccio?

26 novembre 2014 by

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Editoriale novembre 2014

 

Prevenire è sempre meglio che curare: ce lo insegnano da sempre, ma nell’ambito delle problematiche associate al dissesto idrogeologico, nel nostro Paese siamo veramente ben lontani dall’adottare un simile approccio. E se per una volta provassimo a cambiare sistema? Magari partendo dall’individuazione delle situazioni che, di fatto, amplificano i danni associati agli eventi meteorologici avversi e poi provassimo ad intervenire migliorando queste condizioni una per una?

 

Volendo considerare le principali situazioni che favoriscono eventi gravi è piuttosto evidente che è necessario dedicare attenzione anche al reticolo dei corsi d’acqua minori la cui gestione, spesso incauta, è stata causa degli eventi più gravi verificatisi recentemente.

 

Certamente però non si possono non includere tra i fattori di peggioramento anche la concentrazione totalmente non razionale di beni esposti a esondazioni e frane e il fatto che non esistano effettivamente fasce di rispetto o comunque spazi dove consentire al territorio la sua naturale mobilità e, ad esempio, ai corsi d’acqua di avere una esondazione controllata.

 

Poi ci sono i problemi legati all’incuria del territorio, alle manutenzioni scarse o inadeguate, alle captazioni/ estrazioni illegali non autorizzate, al problema del disboscamento spesso associato a incendi dolosi, alla cementificazione selvaggia. Tutti fattori che hanno creato ad esempio i paradossi di muri di contenimento che più che proteggere mettono a rischio le aree a ridosso, o corsi d’acqua regimati in argini artificiali sempre più elevati, che abbinati alla inadeguata opera di manutenzione e pulizia degli alvei hanno di fatto portato i corsi d’acqua stessi a scorrere ad una altezza sopraelevata rispetto alle aree circostanti che sono quindi diventate vulnerabili come mai prima in caso di piena.

 

In sostanza quindi tutti gli interventi non razionalmente eseguiti non solo non risolvono i problemi, ma generalmente li peggiorano comportando evidentemente la necessità di dover aggiornare le mappe dei rischio, affinché le strutture residenziali o produttive esistenti e quelle da realizzare in futuro possano tener conto della reale situazione di criticità sulla quale si trovano o si troveranno ad insistere.

 

E’ infine sotto gli occhi di tutti che gli enti locali si trovano molto spesso in difficoltà nel gestire la condizione di criticità, probabilmente dovendosi anche barcamenare tra risorse economiche insufficienti e, purtroppo, competenze non sempre adeguate a fronteggiare la situazione. Il tutto in quadro normativo senz’altro complicato e poco fruibile, anche in considerazione del fatto che corsi d’acqua e frane non conoscono i confini di competenza imposti dall’uomo e che ogni  azione a monte inevitabilmente si ripercuote a valle.

 

Il nostro Paese in qualche modo deve adattarsi a convivere col rischio, ma deve cambiare passo e intervenire in maniera ragionata, tecnicamente adeguata; e poi magari anche moderna: al tempo di internet, delle “app”, dei droni, non si può affidare la sicurezza delle persone a mezzi che comunicano messaggi di allarme in maniera obsoleta in uffici deserti. Se vogliamo veramente progredire, dobbiamo rivedere completamente il nostro approccio alla materia e trattare tutto in maniera integrata, limitando al massimo le azioni locali non coordinate; e soprattutto tenendo ben presente che continuare a ricostruire nelle aree che permangono in una situazione di rischio è certamente il modo peggiore per prevenire altri disastri.

 

A cura di Emanuela Sturniolo, geologo e Operations Manager di MWH in Italia

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