“Di cosa parliamo quando parliamo di”: consumo di suolo

09 maggio 2017 by

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Cos’è e come si misura?

All’espressione “consumo di suolo” sono associate numerose definizioni che si differenziano per sfumature di significato, apparentemente formali, che tuttavia determinano rilevanti differenze nella quantificazione del fenomeno.

 

Secondo la Commissione Europea, il “soil sealing” consiste nella distruzione o copertura del suolo a causa della realizzazione di costruzioni o posa di strati di materiali impermeabili. Sono conteggiate anche le aree ricadenti in ambito urbano, come la costruzione in aree verdi residuali.

 

ISPRA intende come consumo di suolo la generica variazione da una copertura non artificiale ad una copertura artificiale del suolo.

 

La legge della Regione Lombardia[1] lo definisce come la destinazione operata da uno strumento urbanistico di un terreno agricolo a usi diversi dall’agricoltura o parco. ll Rapporto sul Consumo di suolo e Pianificazione della Regione Emilia-Romagna di Ottobre 2015, ricomprende nel calcolo anche gli spazi permeabili all’interno dei centri urbani.

 

A livello nazionale, il disegno di legge “Contenimento e Consumo del Suolo e riuso del suolo edificato” definisce il consumo di suolo come l’incremento annuale netto della superficie agricola, naturale e seminaturale, soggetta a interventi di impermeabilizzazione. Sono esclusi dal computo gli interventi legati ai servizi di pubblica utilità, le infrastrutture e gli insediamenti prioritari, le aree funzionali all’ampliamento di attività produttive esistenti, i lotti interclusi, le zone di completamento, gli interventi connessi in qualsiasi modo alle attività agricole.

 

Il consumo di suolo è dunque un tema intersettoriale che riguarda l’agricoltura, la pianificazione dell’uso del territorio, la tutela dell’ambiente e del paesaggio e che vede coinvolti più soggetti legislativi con sovrapposizione di competenze.

 

Perché il consumo di suolo fa male?

Le conseguenze del consumo di suolo sono individuabili nella perdita di una serie di servizi ecosistemici e nel conseguente aumento di “costi nascosti”.

 

Dal punto di vista naturalistico, la scomparsa di superfici naturali e seminaturali penalizza la capacità di stoccaggio del carbonio, la qualità degli habitat e la biodiversità. Dal punto di vista culturale, determina un depauperamento del paesaggio e dei servizi ricreativi. Dal punto di vista economico, la riduzione delle superfici agricole impatta direttamente la capacità di produzione alimentare, sia vegetale sia animale.

 

Sono effetti diretti del consumo di suolo anche alcuni fenomeni tanto diffusi da essere entrati con espressioni gergali nel lessico comune. Ad esempio, l’aumento delle superfici asfaltate provoca un incremento delle temperature superficiali dovuto al calore accumulato durante il giorno, che si traduce nel tipico effetto “isola di calore urbana” tanto diffuso nelle città italiane. L’impermeabilizzazione delle superfici riduce la capacità di assorbimento dell’acqua piovana, aumentando il rischio di allagamenti in caso di eventi meteorici intensi – le note “bombe d’acqua”.

 

La regolamentazione: a che punto siamo?

La Commissione Europea ha definito l’obiettivo del “consumo di suolo zero” già dal 2006 nell’ambito della Soil Thematic Strategy; nel 2011 è stato proposto l’anno 2050 come termine per il raggiungimento di questo traguardo. Le linee guida europee invitano all’adozione di politiche finalizzate a limitare, mitigare e compensare l’impermeabilizzazione del suolo, demandando la definizione degli strumenti necessari all’azione legislativa degli Stati membri.

 

Nel 2012 in Italia la Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome aveva sottoposto al Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali il tema di un’adeguata regolamentazione volta a impedire che il suolo agricolo fosse eroso, impermeabilizzato e consumato per altre finalità. A livello locale infatti molte Regioni già da anni avevano iniziato a regolamentare in ambito urbanistico, con iniziative legislative o di pianificazione territoriale, la possibilità di utilizzare terreno vergine, monitorando il consumo di suolo.

 

A livello nazionale il disegno di legge recante “Contenimento e Consumo del Suolo e riuso del suolo edificato”, approvato dalla Camera nel maggio 2016, risulta in corso di esame in commissione al Senato dal luglio dello stesso anno.

 

L’iter legislativo ha presentato finora rilevanti criticità per le obiezioni sollevate in primis dalla Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome e da ISPRA. La Conferenza delle Regioni[2],[3] rileva che nel testo approvato dalla Camera è stata cancellata una norma che avrebbe reso più conveniente recuperare piuttosto che costruire ex novo; sono state inserite eccessive deroghe per la realizzazione di grandi opere; nel periodo transitorio che precederà l’emanazione del decreto potrebbe essere consentita la realizzazione su aree  agricole di tutti gli interventi costruttivi già autorizzati, nonché di tutti i lavori legati alla realizzazione di opere di preminente interesse nazionale, trasformando questo periodo in una corsa alla cementificazione, con risultati opposti a quelli auspicati. Le Regioni avevano inoltre proposto quale obiettivo nazionale la definizione annuale di un quantitativo di suolo consumato da ridurre (diminuire la superficie “consumata”); la proposta ministeriale ribalta l’approccio e pone come obiettivo una estensione massima decennale di superficie agricola consumabile (limitazione delle ulteriori superfici consumabili), spostando l’obiettivo dal rispristino del suolo agricolo alla definizione di nuove superfici di suolo consumabili.

 

ISPRA rileva che secondo le definizioni riportate nel disegno di legge, gran parte del consumo di suolo già avvenuto non sarebbe conteggiato. Una stima preliminare e parziale mostrerebbe che tra i punti in cui è avvenuto un cambiamento di copertura del suolo tra il 2013 e il 2015, il 54% non sarebbe stato conteggiato come consumo di suolo secondo le definizioni del disegno di legge.

 

E intanto che l’orchestra suona, il Titanic affonda?

I dati pubblicati da ISPRA nel 2016[4] mostrano la costruzione di nuove infrastrutture ed aree urbanizzate in Italia continui a causare incrementi delle superfici artificiali. La crisi economica pare avere rallentato ma non fermato il consumo di suolo, anche laddove non si siano verificati aumenti di popolazione o nuove attività economiche che abbiano portato a trasformazioni dell’uso del territorio.

 

Sebbene i dati trasmessi dai singoli Stati membri siano disomogenei e non consentano comparazioni immediate, Eurostat ha effettuato elaborazioni dei dati del 2012 per confrontare il consumo di suolo nei diversi Paesi. Le stime per l’Italia (7%), in linea con quelle del monitoraggio nazionale riferito al 2015, sono superiori alla media europea (4.3%).

 

Il suolo consumato in Italia nel 2015 interessa per il 3% aree a pericolosità di frana molto elevata o elevata, per il 10,5% aree a pericolosità idraulica (quasi il 30% in Liguria), per il 7% aree a pericolosità sismica alta e per il 7% interessa la fascia entro 150 metri dai corsi d’acqua. In termini di perdita dei servizi ecosistemici, il consumo di suolo avvenuto tra il 2012 e il 2015 ha pesato per 540-820 milioni di euro all’anno in termini di costi aggiuntivi, cioè 36.000-55.000 euro per ogni ettaro consumato, stimati per difetto[5].

 

Di particolare interesse risulta il confronto tra due elaborazioni grafiche presentate dal Rapporto ISPRA, riportanti per il periodo di riferimento ed a livello provinciale rispettivamente l’incremento di superficie di suolo consumato ed i costi legati alla corrispondente perdita di servizi ecosistemici Figura 1 e Figura 2). Ad esempio nella Provincia di Aosta ad un consumo di suolo relativamente basso (tra 0,3 e 0,5% di un territorio di estensione 3.200 km2, quindi circa 128 km2) sono corrisposte perdite rilevanti (> 8 mln euro, quindi superiori a 60.000 euro/km2); viceversa nella provincia de L’Aquila ad un elevato consumo di suolo (>0,9% su un territorio di estensione 5000 km2, quindi almeno 450 km2) sono corrisposte perdite relativamente contenute (tra 2 e 4 mln euro, quindi tra 4.000 e 8.000 euro/km2). Queste rilevanti differenze potrebbero essere dovute sia ad una più attenta pianificazione territoriale della provincia dell’Aquila, che potrebbe avere diretto gli interventi edificatori verso zone ecologicamente meno pregiate salvaguardando le altre; un’altra possibile interpretazione potrebbe essere il generale maggior valore ecosistemico del territorio della provincia di Aosta; oltre ovviamente alla diversa qualità dei dati relativi alle due Regioni in base ai quali sono stati effettuati i calcoli. Solo un’analisi dettagliata delle elaborazioni potrebbe chiarire questi aspetti. Resta lo spunto a considerare a il valore ecosistemico dei diversi territori a livello di pianificazione territoriale, in modo da orientare gli interventi edificatori verso le aree meno pregiate.

 

figura 1- 2 consumo di suolo

A cura di Cecilia Razzetti

 

 

[1]  LR 31/2014

[2]  Conferenza delle Regioni e Province Autonome, 12/185/CR7bis-c/C10, Ordine del giorno sull’iter di approvazione del disegno di legge quadro in materia di valorizzazione delle aree agricole e di contenimento del consumo di suolo, 2012

[3]  Conferenza delle Regioni e Province Autonome, 17/24/CR08/C4-C5-C10, Posizione delle Regioni e delle Province Autonome sul disegno di legge recante “Contenimento del consumo di suolo e riuso del suolo edificato” – (S 2383), marzo 2017

[4]  ISPRA, Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici, Edizione 2016

[5]  Relazione sullo stato della Green Economy – L’ Italia in Europa e nel Mondo, 2016

 

 

Cecilia Razzetti

Cecilia Razzetti
Ricopre il ruolo di PM presso MWH. Ha un passato accademico in cui si è specializzata in bonifiche di siti contaminati e da 12 anni lavora come consulente ambientale per clienti italiani ed internazionali. Appassionata di temi ambientali, guida l’auto per necessità, ma è ibrida. Coltiva orchidee ed erbe aromatiche in un cortile milanese e resiste!

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