Delitti contro l’ambiente: la Cassazione interviene per la prima volta

14 marzo 2017 by

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Prima pronuncia della Cassazione in materia di “delitti contro l’ambiente” dopo l’entrata in vigore della legge 2 maggio 2015, n. 68, che, come noto, ha introdotto nel codice penale la fattispecie dei reati ambientali.

 

La vicenda giudiziaria ha preso le mosse dall’accusa mossa a una ditta incaricata di bonificare due moli del porto di La Spezia che, secondo il giudice delle indagini preliminari, non avendo osservato alcune prescrizioni progettuali, aveva causato l’intorbidimento da sedimenti (con relativi idrocarburi e metalli pesanti) dello specchio d’acqua interessato dalle operazioni, facendo così configurare l’ipotesi di delitto di inquinamento ambientale previsto dal “nuovo” art. 452-bis del codice penale. Il tribunale del riesame di La Spezia, basandosi sul fatto che non si fosse venuta a determinare  una condizione di “tendenziale irrimediabilità” dello stato di alterazione delle acque (situazione che avrebbe innescato il delitto di disastro ambientale ex art. 452-quater del codice penale), aveva poi disposto il dissequestro del cantiere. Tuttavia, dopo il ricorso in Cassazione, la Suprema Corte, con la sentenza della III sezione penale 21 settembre 2016, n. 46170, ha annullato la precedente pronuncia del tribunale del riesame, stabilendo che, nel caso in esame, fosse stato commesso il reato di inquinamento ambientale.

 

Per arrivare alle conclusioni la Suprema Corte è partita, innanzitutto, dai concetti di «compromissione» e «deterioramento» riferiti alla definizione di “inquinamento ambientale”, come riportata nella legge n. 68/2015. Secondo la Cassazione, queste due tipologie di alterazione, sebbene siano state distinte dal legislatore, sono sostanzialmente equivalenti negli effetti che producono, benché la prima costituisca più un rischio potenziale, mentre la seconda un’alterazione già in atto delle matrici ambientali.

 

Pertanto, hanno aggiunto i giudici, affinché sia rilevato l’inquinamento ambientale, non è necessario arrivare a una condizione di irreversibilità (cosa che peraltro configurerebbe il reato di disastro ambientale), ma è sufficiente riscontrare una delle due condizioni alternative di cui sopra, a patto che sia (altra condizione necessaria) significativa e misurabile, come previsto dall’ 452-bis del codice penale. Pertanto, la Cassazione si è soffermata anche sui concetti di «significatività» e «misurabilità»: nel primo i giudici hanno visto l’aspetto immediatamente accertabile di un episodio di inquinamento, mentre nel secondo tutto ciò che è oggettivamente rilevabile dello stesso. Il punto di interesse nelle conclusioni della Suprema Corte riguarda il rapporto tra questi due aspetti, nel senso che non sempre il superamento dei valori limite (misurabili) previsti dalla legislazione implica automaticamente una «situazione di macroscopica evidenza o, comunque, concretamente accertabile», esattamente così come non sempre il superamento dei parametri significa una situazione di danno o di pericolo per l’ambiente. Di fronte a una possibile situazione di indeterminatezza, la Cassazione aggiunge che è sempre opportuno considerare l’episodio di inquinamento complessivamente come conseguenza di una condotta commissiva o omissiva: l’evento potrà rientrare nell’alveo dei nuovi reati ambientali laddove vi siano effetti gravi per intensità ed estensione, non solo sulle matrici, ma sugli stessi processi naturali ad esse legati.

 

La Cassazione interviene, infine, sul concetto di abusività ripreso dall’articolo 452-bis del codice penale come presupposto necessario a determinare una condotta di inquinamento. In particolare, la Suprema Corte afferma che la nozione di “abusività” non si riferisce unicamente a una condotta perpetrata in violazione delle legislazioni (statali e/o regionali) di riferimento, ma anche nell’inosservanza delle prescrizioni autorizzative. Questo concetto, pur non applicandosi al caso in esame (di per sé non abusivo) potrà avere conseguenze su delitti quali il traffico illecito di rifiuti che sarà tale non solo laddove violi le prescrizioni legislative, ma anche più semplicemente in presenza di un atto autorizzativo (ad esempio per il trasporto) nullo o scaduto o inadeguato al tipo di attività.

 

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A cura della redazione di Now How

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