COP 21. La Conferenza sul Clima di Parigi si avvicina. (Approfondimento)

16 novembre 2015 by

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Chissà se l’ultima spinta, quella decisiva, l’ha data la sequenza di attentati che hanno sconvolto Parigi. Tra pochi giorni comincia infatti la COP 21, la Conferenza sul Clima organizzata dall’UNFCCC delle Nazioni Unite, e molti osservatori sono pronti a scommettere che l’accordo globale nella capitale francese ci sarà. L’intesa si farà perché è necessaria per il Pianeta, si potrebbe affermare; ma anche perché i lavori diplomatici di avvicinamento sono stati condotti per una volta sotto la poderosa spinta di una leadership politica forte, come quella di Barack Obama. Ma forse si farà anche perché come ha dimostrato l’attacco terroristico dei giorni scorsi, l’unica soluzione a problemi globali non può che essere anch’essa globale. E stavolta, per la Terra, siamo arrivati al momento davvero decisivo.

 

Se l’accordo si farà, come dicevamo, il merito principale di questo successo sarà della leadership politica che ha lavorato con determinazione per rimuovere gli ostacoli. Ovvero, del presidente Usa Barack Obama, che è riuscito a trascinare la leadership cinese su un terreno pragmatico di concessioni e riconoscimenti reciproci, portando a rimorchio delle due più grandi economie mondiali anche quelle degli altri Paesi emergenti. Pare un po’ in secondo piano invece l’Unione Europea, che per anni ha predicato sostanzialmente nel deserto la necessità di combattere concretamente i cambiamenti climatici. Sicuramente importante è anche il ruolo della Chiesa, con l’enciclica ”Laudato si’” di Papa Francesco che ha tolto anche l’ultima appiglio di giustificazione alle teorie negazioniste. Ormai il fronte è globale, tutti i paesi si sentono coinvolti, anche quelli più piccoli e poveri sanno di dover fare la loro (più piccola) parte.

 

L’altra importante novità, quest’anno, è stato il definitivo coinvolgimento del settore privato e dell’industria. Così come da qualche anno si è capito che in campo energetico la decarbonizzazione è un reale e cospicuo business, finalmente anche una parte (non si sa se maggioritaria) del mondo dell’economia si è reso conto che la lotta al riscaldamento globale non è soltanto un fattore di costo. Lo dimostra un rapporto recentemente pubblicato dalla società di consulenza PricewaterhouseCoopers, che ha esaminato il piano di azione sul clima messo a punto in una tavola rotonda in vista della COP di Parigi da 140 grandi aziende aderenti alla Low Carbon Technology Partnerships Initiative, tra le quali anche colossi industriali che non hanno necessariamente una storia di coscienza ecologica (anzi…), come Kellogg’s, Monsanto, PepsiCo, Shell e Unilever.

 

Lo studio, realizzato assieme al World Business Council for Sustainable Development (WBCSD), analizza le azioni previste dalle imprese in 9 settori produttivi: trasporti, rinnovabili, cattura e stoccaggio della CO2, efficienza energetica in edilizia, cemento, chimica, carburanti low-carbon, agricoltura sostenibile e gestione forestale. Se gli impegni presi dalle aziende venissero attuati, da oggi al 2030 verrebbero mobilitati investimenti per 10mila miliardi di dollari e generati fino a 45 milioni di posti di lavoro. Importanti anche gli effetti dal punto di vista del contenimento del riscaldamento globale: solo le azioni di queste imprese potrebbero eliminare 17-18 Gigatonnellate di anidride carbonica entro il 2030, vale a dire quasi due terzi del taglio delle emissioni raccomandato per limitare a due gradi centigradi l’aumento della temperatura globale.

 

Sarebbe un contributo fondamentale. Anche perché purtroppo nonostante le speranze per Parigi, gli impegni fin qui presi (e che poi bisognerà mantenere) dagli Stati non sono sufficienti per seguire la traiettoria “giusta” per restare sotto ai 2 gradi di aumento. Secondo i calcoli dell’UNFCCC, nella migliore delle ipotesi si arriverebbe a fine secolo a quota 2,7 gradi in più rispetto ai livelli preindustriali. Ovvero, desertificazione, scomparsa dei ghiacci, aumento del livello del mare, eventi meteo catastrofici moltiplicati e di potenza mai registrata. Non si può dimenticare che si è aspettato troppo, troppo tempo senza agire seriamente. Quest’anno sarà il più caldo di sempre, dicono gli scienziati: i primi nove mesi del 2015 hanno fatto registrare 0,85 gradi in più rispetto alla media del secolo scorso. E sempre quest’anno la concentrazione di CO2 ha superato per molti mesi la soglia di 400 parti per milione, un valore che non si registrava da almeno 800mila anni. In più, pare che i consumi cinesi di carbone siano stati sottostimati: si tratta di un volume di emissioni pari a quelle della Germania, il 3% di quelle mondiali. La montagna da scalare è un po’ più alta.

 

Per questo è indispensabile che Parigi ci porti l’intesa sul clima. Che questa intesa sia in qualche modo legalmente vincolante. E che preveda un meccanismo di verifica quinquennale degli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra. Solo con un rapido rafforzamento di questi target – una strada che la scienza e la tecnologia ci dice essere ancora percorribile – si può lasciare aperta la strada a speranze ancora più ambiziose per evitare guai peggiori nel lontano futuro. Per questo bisogna plaudire alle iniziative del settore privato che fattivamente, attraverso investimenti e tecnologie, operino per la decarbonizzazione reale dell’economia global. E sempre per questa ragione è necessario abbandonare sempre più le strategie basate sul prezzo e sui disincentivi, che con la scusa di frenare i comportamenti climaticamente dannosi, in realtà lasciano aperta la strada alla possibilità di permettere di inquinare a chi accetta di pagare.

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