Carissimi rifiuti urbani

23 maggio 2016 by

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Paghiamo sempre di più per smaltire i nostri rifiuti: parliamo di quasi 30 milioni di tonnellate di materiali, di cui circa un terzo invece di essere riutilizzati e trasformati – oppure inceneriti e trasformati in energia – vanno ancora a finire in discarica ad avvelenare il territorio e i nostri paesaggi. Nel 2015, dicono gli studi più recenti, una famiglia italiana “media” ha speso la bellezza di 298 euro in un anno per la bolletta della nettezza urbana, una bolletta che non solo continua ad aumentare, ma che per colpa di una gestione inefficiente e ottocentesca non premia affatto i comportamenti virtuosi, ma anzi, spesso li penalizza. E castiga in modo iniquo i cittadini delle aree del paese già più arretrate.

 

I numeri parlano chiaro. Secondo l’Osservatorio Prezzi e Tariffe di Cittadinanzattiva, che prende a riferimento “medio” una famiglia tipo composta da 3 persone, con un reddito lordo complessivo di 44.200 euro e una casa di proprietà di 100 metri quadri, nel corso del 2015 ogni famiglia italiana ha pagato 298 euro (+2% rispetto al 2014). La Campania è la regione dove la bolletta rifiuti è più cara, con 419 euro annui, mentre il Trentino Alto Adige quella dove è più economica, con 193 euro, oltre che quella in cui si è registrato anche la maggiore ribasso della TARI (-13% rispetto al 2014). Incremento record invece in Basilicata (+44,8%), in particolare a Matera dove la tariffa per lo smaltimento dei rifiuti è schizzata a 419 euro rispetto ai 196 del 2014 (+114%).  Confrontando i singoli capoluoghi di provincia, Cremona si rileva la città più economica (137 euro all’anno) mentre Reggio Calabria la più costosa (604 euro).

 

Appare chiarissimo lo scarto tra Nord e Sud, che rispecchia oltre a fattori culturali anche l’inefficienza delle amministrazioni locali e delle aziende incaricate di risolvere il problema dei rifiuti. Uno scarto che si vede con nettezza anche nei numeri che riguardano i livelli di raccolta differenziata, e che ha probabilmente le stesse identiche origini. Nel 2014, secondo il rapporto Rifiuti Urbani dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), siamo arrivati a livello nazionale al 45,2% di differenziata (+2,9% rispetto al 2013), mentre pur diminuendo (-6%) lo smaltimento in discarica resta a quota 31% del totale. Tuttavia, nelle Regioni del Sud viene differenziato meno di un terzo dei rifiuti (31%), al Centro si arriva al 40,8% e al Nord al 56,7%. Regioni virtuose nello smaltimento sono il Veneto e il Trentino Alto Adige, che differenziano circa il 67% dei rifiuti prodotti. La maglia nera, invece, spetta alla Sicilia, dove la raccolta differenziata è ferma al 12,5% (addirittura in diminuzione dello 0,8% rispetto al 2013); segue la Calabria, con solo il 18,6% ma un incremento positivo del +3,8%. Complessivamente, come accennato, nel 2014 in Italia sono state prodotte in tutto 29,7 milioni di tonnellate di rifiuti urbani, con una media pro capite di 488 kg (+0,2% rispetto al 2013); la media più elevata è quella del Centro (547 kg), segue il Nord (496 kg) ed infine il Sud (443 kg). Il 46% dei rifiuti urbani italiani è prodotto nelle regioni del Nord, il 32% nelle regioni del Sud ed il restante 22% in quelle centrali. Ammonta circa al 21% la quota di rifiuti che viene incenerita.

 

La fotografia di un sistema che chiaramente non funziona. Il Mezzogiorno (ma anche metropoli come Roma e Napoli) produce relativamente meno rifiuti, ma li elimina in modo meno soddisfacente (città e strade appaiono come noto meno pulite), li smaltisce nel modo peggiore (in discarica o inceneritore), e fa pagare molto più salato ai cittadini un servizio reso che è obiettivamente peggiore. Tra l’altro, a ben vedere, anche i dati sulla raccolta differenziata hanno più ombre che luci. Come detto, il 45,2% del totale dei rifiuti (ovvero 13,4 milioni di tonnellate) viene gestito in modo differenziato, ma rimaniamo largamente lontani dagli obiettivi che erano stati indicati nel 2006 per il periodo 2006-2012. Ad esempio, l’obiettivo del 45% di raccolta differenziata era il tasso che si prevedeva di raggiungere entro il 2008, mentre entro il 2012 si sarebbe dovuti arrivare al 65%. Solo le eccellenze, ovvero Veneto e Trentino Alto Adige oltrepassano infatti gli obiettivi-soglia giungendo al 67,6% e 67% per cento.

 

Pay as you throw

Come uscire da questa situazione? Bisogna aspettare chissà quanti anni in attesa di un ipotetico recupero di efficienza, oppure si possono tentare strade alternative in grado di coinvolgere in un circuito virtuoso cittadini e istituzioni per produrre meno rifiuti, riciclarli sempre di più, e incentivare il cittadino e le aziende a cambiare comportamenti? Anche se la politica e il governo sembrano ancora ragionare con schemi molto vecchi, in realtà degli esempi positivi da imitare ci sono già: ad esempio le società e i Comuni che adottano la cosiddetta “tariffa puntuale”. Quella per cui ogni nucleo – invece di pagare una bolletta legata alla superficie della casa abitata, oppure al numero dei componenti della famiglia – semplicemente si limita a pagare in proporzione a quanto getta nel bidonino dei rifiuti. Quello che viene definito il sistema “Pay as you throw”, che tradotto suona più o meno “Paghi per quanto butti via”. Una parte della bolletta viene calcolata misurando la quantità degli scarti indifferenziati prodotti, i rifiuti veri e propri che non potranno essere riciclati ma solo smaltiti in discarica o negli inceneritori. Attraverso un codice a barre applicato sui sacchi dell’immondizia, o un’etichetta Rfid posizionata su sacchi o bidoncini, si tiene traccia della quantità dei residui prodotti da ogni utenza. A questa quota si accompagna una quota fissa, che copre i servizi indivisibili come lo spazzamento delle strade, o l’acquisto dei mezzi utilizzati per effettuare il servizio di raccolta rifiuti.

 

E’ un concetto semplice ma rivoluzionario: perché è equo, perché incentiva i comportamenti corretti e “risparmiosi”, perché stimola l’efficienza. Si dirà: roba che va bene per la Danimarca o per l’Olanda, non certo per un paese come l’Italia. Falsissimo, per fortuna. Le esperienze di successo di tariffazione puntuale sono tante. Ad esempio a Treviso e provincia, dove il Consiglio di Bacino Priula e Contarina, l’azienda che si occupa della gestione del servizio rifiuti e serve oltre 550.000 abitanti, hanno raggiunto l’obiettivo dell’85% di raccolta differenziata e ridotti a soli 53 kg/anno il rifiuto indifferenziato prodotto in media per abitante. Altre esperienze celebri sono quelle del Comune di Ponte nelle Alpi in provincia di Belluno, che ha primeggiato nelle classifiche di Legambiente dei “Comuni Ricicloni“, o quello di Capannori, in provincia di Lucca, che per primo ha introdotto in Italia l’uso di sacchetti dotati di transponder UHF. Parma è oggi il Comune più popoloso ad applicare la tariffazione puntuale ai suoi 190.000 abitanti: la differenziata ha raggiunto il 72% di raccolta in soli sei mesi, la produzione di rifiuti è scesa del 6% circa, e ben 92mila famiglie hanno registrato un risparmio in bolletta. Trento con i suoi 120.000 abitanti dal primo gennaio del 2013 applica la tariffazione puntuale e nel 2015 ha superato l’80% di raccolta differenziata con una diminuzione del rifiuto totale prodotto di circa il 10% dal 2013. Altre esperienze ormai consolidate sono quelle operate da ETRA (75 Comuni per circa 600.000 abitanti tra Padova, Vicenza e Treviso), dal Consorzio Chierese dei Servizi (124.000 abitanti in provincia di Torino) e dal Consorzio dei Navigli (circa 25.000 abitanti).

 

Casi virtuosi che dovrebbero essere imitati in altre aree del paese, magari eliminando una serie di vuoti normativi che creano incertezza. Servirebbe però soprattutto molto più coraggio da parte dei politici e degli amministratori locali, che temono che la riforma porti le bollette di alcuni contribuenti a discostarsi troppo dall’ultima emessa con sistema Tari o Tarsu

 

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