Cambiamento climatico, ma quanto costi alle imprese? (Approfondimento)

26 gennaio 2016 by

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Gli accordi di Cop 21 sono soprattutto una grande opportunità per il settore privato per il quale il riscaldamento globale è ormai un rischio di business acclarato.

 

La firma dell’accordo sul clima di Parigi che ha concluso la Cop 21 è senz’altro un fatto storico, quanto meno per la sua portata giuridica. L’impegno degli Stati a mantenere il riscaldamento globale entro i limiti dei 2° C e possibilmente sotto gli 1,5°C deve però ora tradursi in azioni concrete dei governi locali. E questo desta le maggiori preoccupazioni delle associazioni ambientalisti internazionali e di tutti gli osservatori. Ma per le imprese, che cosa significa concretamente quest’obiettivo? Innanzi tutto, una grande opportunità di non compromettere il business. Secondo il rapporto annuale sui rischi globali del World Economic Forum, riunito in questi giorni a Davos (Svizzera), per la prima volta nella storia del WEF compare in cima ai rischi la “carenza di interventi atti a mitigare i cambiamenti climatici e a favorire l’adattamento”.

 

 

Cambiamenti climatici al top dei rischi globali

Il Global Risks Report 2016 è uno studio di 750 esperti che hanno valutato 29 rischi globali, esaminando il loro impatto potenziale e la loro probabilità di verificarsi nei prossimi dieci anni. L’obiettivo del report è fornire al mondo degli affari e della finanza un quadro degli scenari potenziali, per permettere di prendere adeguate contromisure e costruire imprese resilienti.

Gli esperti consultati ritengono che il fallimento delle politiche di mitigazione e adattamento al climate change possa avere un un potenziale negativo maggiore rispetto alle armi di distruzione di massa (al secondo posto), alle crisi idriche (‘medaglia’ di bronzo), alle migrazioni involontarie su larga scala (quarte) e ai forti shock dei prezzi delle fonti energetiche (quinti). La probabilità che questo scenario si verifichi, tuttavia, è solo al terzo posto: c’è quindi fiducia da parte della comunità economica internazionale che il cambiamento climatico stia effettivamente mobilitando tutti gli attori in gioco.

 

 

Anche in Italia, oltre 100 imprese della green economy firmano un appello

Il fatto che il riscaldamento globale sia un rischio innanzi tutto per il settore privato è testimoniato, anche in Italia, dall’appello che le imprese e le organizzazioni della green economy, nella persona di Edo Ronchi, membro del Consiglio Nazionale della Green Economy, hanno consegnato a Roma al Ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, alla vigilia della sua partenza per Parigi, nell’ambito dell’ultima edizione degli Stati Generali della Green Economy dello scorso 3 e 4 novembre. Le oltre 100 aziende firmatarie del hanno così voluto rappresentare il contributo del settore della green economy italiana a impegnarsi in prima persona a sviluppare processi produttivi e prodotti innovativi, competitivi e a basse emissioni.

 

 

87 multinazionali verso la carbon neutrality

Altri segnali importanti, a livello internazionale, arrivano da The Climate Group, che ha mappato gli impegni per il clima intrapresi dagli attori non governativi. Nel complesso, sarebbero 200 le aziende, gli stati regioni o città impegnate in una completa decarbonizzazione. Sono 87 le aziende che, nello specifico vogliono ridurre le proprie emissioni di gas serra dell’80-100% o far provenire la propria energia da fonti rinnovabili al 100 per cento. Si tratta di un insieme di società che sorprende per varietà, provenienza geografica, dimensioni e settori di business coinvolti: comprende per esempio Google (Stati Uniti), Infosys (India) e Broad Group (Cina). E lo sforzo di questo gruppo eterogeneo è univoco: raggiungere alla carbon neutrality entro il 2050.

Un obiettivo che è tutto nel segno del business: assicurarsi l’indipendenza dal petrolio, per esempio, potrà rappresentare negli anni a venire un concreto vantaggio competitivo. Ma, come tutte le scelte strategiche, implica investimenti che possono avere una ricaduta positiva su tutta l’economia. Avere il 100% delle energie rinnovabili, per esempio, significa la produzione di energia pulita, e – di conseguenza – gli investimenti pubblici in nuove tecnologie per stoccarla.

Negli scorsi decenni, quando essere green non era ancora di moda, si usava dire “Se l’ambiente non diventa un business, nessuno lo difenderà”. Bene, sembra proprio che sia arrivato il momento di difenderlo con tutte le forze. Meglio tardi che mai.

 

 

 

Esg, la finanza mette l’ambiente a bilancio

Anche il mondo della finanza ha ormai sviluppato strumenti efficaci di calcolo dei rischi legati al cambiamento climatico. Climate Trust ha confermato che i rischi si faranno sentire soprattutto per il settore privato. Quanto costa alle aziende il riscaldamento globale? Per saperlo, Mark Carney, governatore della Bank of England, ha annunciato la creazione di una task force su “Climate-Related Financial Disclosures,” per valutare come i mercati finanziari mostrino segnali di esposizione ai rischi.

L’International Energy Agency ha stimato che abbiamo bisogno di investimenti per 53 mila miliardi di dollari di qui al 2035 per mitigare gli effetti catastrofici dei cambiamenti climatici. Inoltre, serve un’azione globale di disinvestimento dalle fonti fossili e da tutte quelle attività che generano conseguenze catastrofiche per il clima mondiale.

 

 

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