Bye bye globalizzazione, welcome multipolarità

07 marzo 2017 by

0saves

Bye bye globalizzazione, welcome multipolarità. Si potrebbe riassumere così, con estrema sintesi, la conclusione della ricerca “Getting over Globalization” del Credit Suisse Research Institute (Csri) da cui emerge che la globalizzazione, nelle modalità con cui la conosciamo, si sta facendo da parte cedendo il passo alla multipolarità, con aree geografiche distinte in termini di economia, leggi, culture e reti di sicurezza. Un nuovo assetto del globo quindi, la cui stabilità dipenderà a sua volta da una precoce instaurazione di istituzioni e apparati normativi adeguati. E il Csri non ha dubbi: nonostante rischi quali l’aumento del protezionismo, guerre valutarie e conflitti geopolitici, è meglio fare dei passi verso un esito equilibrato piuttosto che arrestare del tutto il processo di globalizzazione.

 

Indicatore fondamentale di questa transizione in corso è il commercio internazionale inteso come rappresentazione forse più essenziale della globalizzazione. Un esame del commercio di merci e servizi come proporzione del PIL mondiale evidenzia che l’attività commerciale è stagnante, sebbene ancora su un livello elevato. Nel corso degli ultimi sei anni, il commercio è rimbalzato dai minimi toccati a causa della crisi finanziaria globale, toccando nuovamente il livello raggiunto nel 2008/09, che storicamente è il più alto degli ultimi 50 anni. Ciò induce a ritenere che il commercio, e di conseguenza la globalizzazione, abbiano raggiunto il loro limite superiore. Ma non è solo questione di commercio.

 

A minare la globalizzazione – sottolinea il Csri – saranno in particolare la disuguaglianza e i flussi migratori, fattori che indirizzano fortemente il comportamento degli elettori nei paesi sviluppati. E l’Europa lo sa molto bene visto che l’immigrazione costituisce probabilmente il tema politico più scottante ed è uno dei principali motivi per cui nel Regno Unito molti hanno votato a favore della Brexit.   Se tutto ciò non bastasse, il Csri ci fornisce anche una prospettiva storica che suona un po’ come un monito a una transizione equilibrata. Traccia infatti dei paralleli tra la fine della prima ondata di globalizzazione nel 1913, culminata con lo scoppio della Prima guerra mondiale, e, un secolo più tardi, lo scenario che il mondo è chiamato ad affrontare di nuovo con la ritirata della seconda ondata di globalizzazione. Le stesse tre tendenze fondamentali riscontrate oggi, erano state osservate anche in passato come motori primari del crollo della prima globalizzazione: debolezza della domanda e crescita stagnante della produzione; ambiente politico e operativo soggetto a limitazioni; aumento del protezionismo e delle sostituzioni d’importazione. Un nuovo conflitto mondiale è impensabile dunque bisogna lavorare su una transizione (già in atto) dalla globalizzazione a un mondo multipolare ben funzionante attraverso regole chiare e istituzioni rilevanti.

 

Come? Eccola ricetta suggerita dall’istituto di ricerca elvetico. In assenza di un nuovo accordo mondiale sul commercio, i principali ‘poli’ (USA, UE, Giappone, India e Cina) possono istituire un ente di coordinamento del commercio, il quale contribuirebbe a contenere le vertenze commerciali e indurre i paesi a cooperare su iniziative quali il progetto cinese della Via della seta. E ancora: l’esistenza di tre-quattro grandi ‘poli’ può essere affiancata dalla creazione di coalizioni tra Stati piccoli e di media grandezza – ad esempio con l’istituzione di una rete formale di piccoli paesi sviluppati ad economia per dare una ‘voce’ alle nazioni più piccole. Infine un accordo internazionale in materia di cybersicurezza, dopo le convenzioni sul controllo delle armi nucleari siglate negli anni ’80 dello scorso secolo.

 

La ricerca disegna infine l’identikit del nuovo mondo polifunzionale con una mappatura della forza dei poli (5 punteggio più elevato- 1 il più basso): 5 punti  per Stati Uniti e piccoli paesi sviluppati  (Lussemburgo, Hong Kong, Singapore, Svizzera, Belgio, Irlanda, Danimarca, Islanda),  4 punti per  Regno Unito, area Euro e Giappone, 3 punti  per la  Cina, 2 punti  per India, Brasile e  Russia, 1 punto per il Sudafrica.

 

A cura di Monica Lodi

Green View Index: quanto è green la tua città?

Precedente:

Green View Index: quanto è green la tua città?

Delitti contro l’ambiente

Successivo:

Delitti contro l’ambiente: la Cassazione interviene per la prima volta

Potrebbe interessarti