Bellezza fa rima con efficienza energetica

22 agosto 2014 by

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Editoriale agosto 2014

 

Salviamo la memoria con l’innovazione: secondo il FAI la riqualificazione energetica degli edifici può essere strategica per il patrimonio edilizio di valore storico culturale

 

Il nostro Paese ha radici storiche profonde che ne hanno determinato la Bellezza, tanto decantata quanto spesso trascurata. La memoria si riflette nei manufatti lasciati nelle città e nelle campagne, tante identità che compongono i nostri paesaggi. Intorno a queste realtà fisiche la vita sociale è tuttavia in continuo mutamento e questo genera trasformazioni: crea il bisogno di rigenerare. A questo si aggiunge oggi la consapevolezza della necessità di ridurre il nostro impatto ambientale, tra cui i consumi e gli impatti generati dagli edifici nei quali viviamo, lavoriamo ecc.

 

Il recupero edilizio permette di applicare pienamente il principio di economia circolare[1], cogliendo gli obiettivi della sostenibilità ambientale. Tuttavia, la normativa di incentivo alla riqualificazione edilizia, purtroppo, tende a mettere sullo stesso piano il recupero dei manufatti edilizi e la loro demolizione/ricostruzione. Questo equivoco merita di essere chiarito sia dal punto di vista ambientale sia culturale: il recupero è sempre preferibile nel risparmio di risorse e riduzione dei rifiuti e, inoltre, ogni manufatto reca traccia della cultura materiale e, quindi, dell’identità collettiva.

 

La riqualificazione urbana può assumere un grande valore come opera pubblica: basti pensare alle dimensioni quantitative e qualitative del patrimonio pubblico (le scuole per esempio). La sua riqualificazione, per la sicurezza e dal punto di vista energetico oltreché culturale, rappresenta un obiettivo importante anche per la qualità della vita dei cittadini.

 

Sappiamo inoltre, dai dati diffusi dal Cresme (2012), come in Italia vi siano almeno due milioni e mezzo di case che necessitano di interventi di consolidamento, restauro e/o efficientamento energetico. Quasi  7milioni e 200 mila edifici hanno più di 40 anni, il 61% del patrimonio complessivo delle costruzioni abitative del Paese, che nei prossimi 10 anni – nelle città metropolitane – arriverà all’85%.

 

Il CNA-CRESME (2013) evidenzia come la spesa degli interventi di rinnovo abbia raggiunto il 61,6% dell’intero fatturato dell’edilizia. Dal 2006 ad oggi il peso della riqualificazione è cresciuto di oltre 6 punti percentuali, attenuando la caduta verticale delle nuove costruzioni (-44% dal 2006 al 2012).

 

Di grande aiuto per innescare questa tendenza sono stati i provvedimenti di defiscalizzazione sia sul recupero edilizio, sia sull’efficientamento energetico. Con gli incentivi alla ristrutturazione e al risparmio energetico, al 2012, lo Stato italiano ha registrato un saldo economico positivo di 2,3 miliardi di euro e un saldo finanziario positivo al 2012 di 17,8 miliardi di euro; si è raggiunta quindi una doppia azione positiva, sia sull’andamento del mercato sia sui conti dello Stato.

 

La riqualificazione degli edifici storici

Su questo tema in Europa non mancano gli esempi, come il Progetto Sechurba (www.sechurba.eu), dal titolo emblematico “Dalla cultura e dalla storia allo sviluppo sostenibile. Assicurare il futuro, conservando il passato”. Tuttavia, vi sono oggettive difficoltà legate all’intervento sul patrimonio storico, per esempio nel calcolo delle prestazioni energetiche, che richiedono concessioni – rispetto agli standard – nel metodo di calcolo per tenere conto della specificità di questi edifici con caratteristiche tipologiche molto peculiari (soffitti alti, grande massa termica dovuto allo spessore dei muri ecc). Occorre combinare la cultura dell’efficientamento energetico a quella del restauro e del recupero sostenibile degli edifici storici in vista della tutela e della valorizzazione del patrimonio dei Beni culturali.

 

Questo è quanto oggi si è raggiunto con il nuovo protocollo di certificazione GBC Historic Building, nato per colmare la lacuna che, appunto, caratterizzava l’applicazione dei principi di sostenibilità all’ambito degli interventi di conservazione architettonica.

 

Su questo tema si apre anche un altro importante argomento, ovvero la necessità di innestare la cultura della sostenibilità ambientale anche tra quanti si occupano o sono predisposti alla tutela del valore storico-artistico degli edifici.

 

L’asse che si sviluppa da questo ragionamento è, quindi, “conservazione – restauro – ristrutturazione” attraverso tecniche conservative innovative, per sviluppare la sostenibilità anche nelle stesse tecniche di restauro. Introdurre il tema dell’efficentamento energetico nei beni storici crea evidentemente delle problematicità, ma così possono nascere anche nuove opportunità di innovazione nell’ambito delle soluzioni tecniche e dei materiali e si aprono prospettive molto interessanti legate alla progettualità.

 

L’esperienza del FAI

IL FAI opera da sempre in questo contesto e ha vissuto e vive un progressivo interrogarsi su queste tematiche. Con i suoi 50 Beni, salvati e gestiti, il FAI ha sviluppato un’esperienza significativa – sia di recupero e restauro del patrimonio storico artistico sia in tema di gestione dello stesso – grazie a questo, oggi, possiamo affermare con certezza che la  comprensione, la progettazione ed il risanamento degli edifici storici richiede un approccio olistico che tenga conto della fattibilità architettonica, energetica ed economica. Un percorso complesso sul quale il FAI si è incamminato e che ha visto i suoi primi risultati a Villa Necchi Campiglio a Milano e al Bosco di San Francesco ad Assisi, con interventi mirati all’efficientamento nel consumo delle risorse.

 

E’, tuttavia, proprio nei progetti ancora in corso, come l’intervento a Punta Mesco in Liguria, dove meglio si evidenzia un nuovo approccio integrato al recupero del Bene in un’ottica di sostenibilità ambientale. In questo caso, lavorando sulla sostenibilità globale del sito, si prevedono interventi sul paesaggio con il recupero rurale di valore storico culturale, sui manufatti architettonici con l’efficientamento energetico, la gestione integrata delle acque, l’approvvigionamento tramite fonti rinnovabili.

 

A cura di Costanza Pratesi, responsabile sostenibilità ambientale e relazioni esterne, FAI – Fondo Ambiente Italiano

 

[1] Secondo la Commissione europea si tratta di un modello economico attento allo sviluppo sostenibile, dove non ci sono prodotti di scarto, il ciclo di vita del prodotto è continuo e le materie vengono costantemente riutilizzate (contrariamente all’economia lineare dove i prodotti hanno un ciclo di vita che termina con il rifiuto).

 

Costanza Pratesi

Costanza Pratesi
Dottore di ricerca in Disegno Industriale, laureata in Architettura con il Prof. Tomás Maldonado si è specializzata in Progettazione Ambientale. Ha insegnato dal 1997 al 2006, al Politecnico di Milano, dove ha svolto attività di ricerca. Dal 2007 lavora al FAI- Fondo Ambiente Italiano, è Responsabile della Sostenibilità Ambientale e Relazioni Esterne. Tiene i rapporti con le diverse Istituzioni su temi di tutela ambientale e lavora su tematiche legate al paesaggio e alla sostenibilità ambientale. Membro dell’Osservatorio Nazionale del Paesaggio del MiBacT. Dal 2009 è membro del Consiglio Nazionale di WWF Italia. 

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