Appalti: anche l’ambiente ha la sua parte

20 maggio 2016 by

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Ormai da anni i punti di contatto tra il settore degli appalti e quello dell’ambiente sono sempre più stretti, a dimostrazione del fatto che l’assegnazione di servizi e lavori non può prescindere da criteri di sostenibilità e riutilizzo delle risorse. Estremamente significativo sotto questo punto di vista è che il legislatore, nell’ultima opera di riforma del codice degli appalti (decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50, pubblicato sul supplemento ordinario n. 10 alla Gazzetta Ufficiale del 19 aprile 2016, n. 91), abbia tenuto conto di tematiche ambientali, affiancando a settori già consolidati (acqua ed energia) altri di più recente introduzione, come i cosiddetti “acquisti verdi della pubblica amministrazione”, meglio noti come green public procurement, vale a dire i criteri finalizzati a poter scegliere «prodotti e servizi che hanno un minore, oppure un ridotto, effetto sulla salute umana e sull’ambiente rispetto ad altri prodotti e servizi utilizzati allo stesso scopo» (U.S. EPA, 1995). Il tema del GPP è stato peraltro oggetto di recenti disposizioni contenute nel collegato ambientale alla legge di stabilità 2014 (legge n. 221/2015) che di fatto ha reso obbligatorio il ricorso ad “appalti pubblici verdi”, rafforzando l’importanza delle certificazioni ambientali, dei criteri ambientali minimi (CAM) e dei costi valutati lungo l’intero ciclo di vita (life cycle cost – LCC).

 

Non a caso, molti di questi punti sono stati ripresi dal nuovo codice degli appalti, a partire delle certificazioni ambientali, la cui presenza è espressamente considerata, all’art. 93, un fattore di riduzione degli importi delle garanzie fideiussorie previste a carico dell’offerente. Non solo: tra i criteri indicati all’art. 95 ai fini della valutazione dell’offerta, accanto a misure più generiche quali certificazioni ambientali, energetiche, in materia di sicurezza e sociali, sono previste disposizioni più puntuali come forniture o prestazioni “marchiate” Ecolabel (pari ad almeno il 30% del valore), l’analisi in chiave ambientale dei costi riferiti all’intero ciclo di vita e la compensazione delle emissioni di gas ad effetto serra associate alle attività.

 

Sui criteri ambientali minimi (CAM), l’art. 34 non si limita a prevederne l’adozione obbligatoria da parte delle stazioni appaltanti, ma si spinge oltre arrivando a determinare in che percentuali devono essere utilizzati. Così, ad esempio, per le gare aventi a oggetto l’utilizzo finale di energia, i criteri ambientali minimi devono essere impiegati per l’intero importo a base d’asta, mentre per le altre tipologie possono arrivare al 50%, con l’unica eccezione del settore “ristorazione collettiva e fornitura di derrate alimentari” al quale si possono applicare valori anche inferiori. Da notare, peraltro, come, proprio su quest’ultimo tipo di fornitura, l’art. 144 faccia riferimento all’inserimento, nelle voci dell’offerta, di prodotti biologici, a denominazione protetta e da sistemi di filiera corta o di agricoltura sociale.

 

L’articolo 96, invece, interviene sui costi lungo il ciclo di vita (life cycle cost – LCC), distinguendo tra quelli a carico dell’aggiudicatore o da altri soggetti (acquisizione, utilizzo, manutenzione e fine vita) e quelli imputabili ai potenziali impatti legati ai prodotti, servizi o lavori nell’intero ciclo di vita. Da notare come tra questi ultimi rientrino i costi legati alla mitigazione dei cambiamenti climatici, a rafforzamento del sostegno degli obiettivi fissati dal protocollo d Kyoto e ratificati nel corso delle successive conferenze delle parti (COP).

 

Infine, anche se “laterale” rispetto alle tematiche ambientali, merita una segnalazione il disposto di cui all’art. 50 che prevede la possibilità di inserire clausole a favore della stabilità occupazionale nei contratti di lavoro per i lavori nei quali almeno il 50 % dei costi totali siano imputabili alla manodopera.

 

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