Acque per il consumo umano: giro di vite sulle sostanze radioattive

19 aprile 2016 by

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Le risorse idriche presenti nel sottosuolo (un misto di acque meteoriche e di origine vulcanica) possono contenere radionuclidi sia per fattori naturali, come il decadimento di elementi già presenti o le caratteristiche chimico-fisiche dell’acquifero, sia per cause antropiche. Di conseguenza, la necessità di analizzare e monitorare costantemente i livelli di radioattività presenti nelle acque, specialmente in quelle destinate al consumo umano, ha sempre trovato spazio nella legislazione comunitaria – e di riflesso in quella nazionale – a partire dal trattato Euratom del 1957.

 

L’ultimo provvedimento, in ordine di tempo è il decreto legislativo 15 febbraio 2016, n. 28, pubblicato Gazzetta Ufficiale del 7 marzo 2016, n. 55 ed entrato in vigore il 22 marzo 2016. In particolare, il provvedimento, nel recepire la direttiva 2013/51/Euratom, mette in atto una serie di misure per tutelare la salute della popolazione dalla presenza di sostanze radioattive nelle acque destinate al consumo umano, attraverso un duplice sistema di controlli: esterni, di competenza delle aziende sanitarie locali, e interni, che dovranno essere svolti dai “gestori”; termine, quest’ultimo, necessariamente ampio visto che comprende i gestori del servizio idrico integrato, i fornitori a terzi di acqua destinata al consumo umano, chi confeziona  la stessa per la distribuzione a terzi, nonché le imprese del settore alimentare. Il programma complessivo dei controlli (esterni e interni) deve essere inviato dalle amministrazioni regionali al ministero della Salute, per approvazione al netto di eventuali modifiche indicate dal dicastero stesso.

 

L’entrata in vigore del decreto legislativo n. 28/2016 costituisce un tassello importantissimo nel più articolato quadro attuativo della direttiva 98/83/CE, peraltro già recepita nella legislazione italiana attraverso il D.Lgs. n. 31/2001, che ha prescritto precisi obblighi per gli Stati membri tesi a scongiurare possibili rischi sanitari derivanti dalla contaminazione delle acque potabili.

Nello specifico, il nuovo decreto, oltre a indicare la concentrazione di attività del radon e del trizio come parametri indicatori per le analisi, punta i riflettori su due aspetti: i criteri e le misure da adottare in sede di controllo e la cosiddetta “dose indicativa” (altro parametro indicatore).

I controlli si basano essenzialmente sull’analisi dei valori di parametro di ciascun elemento che, se superiore al valore medio annuo per quella sostanza, fanno scattare interventi correttivi da parte del gestore e provvedimenti d’urgenza da parte del sindaco.

 

Oltre ai valori di cui sopra, sono presi in considerazione i parametri indicatori, ovvero, come detto, la concentrazione di attività del radon e del trizio e la dose indicativa. Quest’ultima, è definita all’articolo 2 come la «dose efficace impegnata per un anno di ingestione risultante da tutti i radionuclidi, di origine naturale o artificiale» ad eccezione alcuni elementi; in altri termini, il quantitativo di radiazioni assorbite da un organismo, parametro che non può, tuttavia, essere misurato, ma solo calcolato una volta noti i livelli di radioattività presenti nell’acqua e tenendo conto di specifici coefficienti di conversione, diversi da sostanza a sostanza.

 

Non da ultimo, merita un cenno il nuovo apparato sanzionatorio, che, se da una parte presenta solo misure amministrative, dall’altro, una volta stabilità l’entità del pagamento, non prevede riduzioni. In particolare, sono sanzionate la mancata conservazione dei test di laboratorio per i successivi cinque anni, l’omessa comunicazione dell’eventuale superamento dei valori di parametro come anche dell’informazione alla popolazione in caso di disconformità accertate, l’assenza di controlli interni e la mancata attuazione dei provvedimenti correttivi. Il range delle sanzioni pecuniarie parte da un minimo di 20.000 € a un massimo di 150.000 a seconda delle fattispecie di reato commesso, ma possono essere previsti aumenti in caso di reiterazioni fino alla revoca dell’autorizzazione.

 

In conclusione, il decreto legislativo 15 febbraio 2016, n. 28 rappresenta un provvedimento importantissimo per due ordini di motivi: continuare l’opera di adeguamento normativo alle direttive comunitarie da un lato, garantire la potabilità di una risorsa, sempre più a rischio e, quindi, “strategica”.

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