A COP21 l’Africa presenta il programma Arei (Approfondimento)

10 dicembre 2015 by

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Non è la prima volta che alle conferenze delle Nazioni Unite sulla lotta al riscaldamento globale vengono presentati megaprogetti di infrastrutture green. Ma sarà perché (ahinoi) la situazione della lotta al riscaldamento globale si fa difficile col passare degli anni, oppure sarà perché per fortuna finalmente il sistema della “finanza climatica” sta entrando a regime con una certa efficacia e concretezza, fatto sta che a margine dei lavori nel Parco delle Esposizioni di Le Bourget molti esperti ed addetti ai lavori hanno potuto esaminare iniziative che oltre ad apparire “spettacolari” e ambiziose, probabilmente sono anche realizzabili.

 

È questo il caso, ci pare di poter affermare, della African Renewable Energy Initiative (Arei), l’iniziativa per lo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili che – sostenuta formalmente da tutti i capi di Stato del Continente Nero – punta nel giro di circa quindici anni a rendere l’Africa il continente più pulito del Pianeta dal punto di vista energetico. Per la precisione, l’idea è quella di sviluppare entro il 2020 almeno 10 GW di nuova capacità di generazione elettrica per salire fino ad almeno 300 entro il 2030. Un progetto sostenuto in prima linea da Germania, Stati Uniti, Francia, Canada, Gran Bretagna, Spagna, Danimarca e Italia.

 

Il progetto è certamente molto ambizioso. Come ricorda l’Agenzia Internazionale dell’Energia, attualmente ogni africano pro capite consuma soltanto per 600 kWh di elettricità, prevalentemente generata da centrali termoelettriche a carbone, contro una media mondiale di 3.064 kWh. Ancora, con soli 160 GW di potenza elettrica generata per tutto il continente (il Giappone ne produce il doppio), ben 640 milioni di africani non dispongono di elettricità.

 

Tuttavia pensare che questo ritardo possa essere colmato attraverso una politica massiccia di costruzione di centrali a carbone è dal punto di vista degli equilibri planetari una follia: anzi, se possibile si dovrebbe cercare di far di tutto per ridurre l’utilizzo come fonte energetica primaria di combustibili fossili da parte degli africani, che adoperano per illuminare le case e cucinare kerosene, gasolio e legna, con conseguenze terribili dal punto di vista dell’inquinamento atmosferico nelle grandi metropoli.

 

Secondo il progetto, che è stato messo a punto in sede di Unione Africana e che verrà gestito dalla Banca Africana di Sviluppo a Lagos (African Development Bank, AfDB, un istituto panafricano e multinazionale), un ruolo primario e prioritario spetterà al solare fotovoltaico. Ma come ha spiegato a Parigi Judi Wakhungu, la viceministro dell’Ambiente del Kenya, anche l’idroelettrico, l’eolico, le biomasse e la geotermia saranno di volta in volta chiamati in causa a seconda della conformazione territoriale: geotermia nei paesi della vulcanica Rift Valley, idroelettrico sui bacini dei grandi fiumi, e così via. Più in generale, per evitare i costi elevati di costruzione delle infrastrutture e anche per limitare al massimo gli sprechi (un quarto della potenza generata si perde lungo le grandi reti di trasmissione elettrica) l’idea è quella di sviluppare delle reti di dimensione relativamente piccola, autosufficienti e basate su piccole stazioni energetiche.

 

L’African Renewable Energy Initiative ovviamente è un progetto molto costoso: stime precise non ce ne sono ancora in questa fase, ma è probabile che si potrebbe arrivare a 500 miliardi di dollari nel giro di venti anni. Una somma spaventosa, ma non folle quanto potrebbe sembrare. E a ben vedere, soprattutto, abbastanza alla portata. Intanto perché per ora, fino alla metà del 2016, si tratterà soltanto di impostare la struttura di gestione del progetto è iniziare a reperire le risorse. Poi, fino al 2020, verranno realizzati un certo numero di progetti sperimentali, per arrivare ai 10 GW programmati. Dal 2020 al 2030 ci sarà la vera e propria esplosione. Ma i soldi, appunto, da dove verranno? Come ha spiegato a Parigi il presidente della AfDB, il nigeriano Akinwumi Adesina, la banca stessa con la collaborazione della World Bank triplicherà le risorse messe a disposizione per questi progetti, arrivando entro il 2020 a 5 miliardi di dollari l’anno. Altre risorse potranno arrivare dai privati interessati a investire in un progetto che certamente ha una scala mai vista, oltre che da altre istituzioni internazionali, e naturalmente dai bilanci dei singoli Stati africani. Non dimentichiamo che dal 2020 il “Green Climate Fund” disporrà di 100 miliardi di dollari (almeno) per supportare la decarbonizzazione del pianeta e diffondere le tecnologie pulite.

 

E poi c’è l’impegno anche da parte dei singoli Stati, nel quadro della tradizionale cooperazione internazionale. La Francia di François Hollande ha detto che potrebbe mettere a disposizione più di 2 miliardi di euro per lo sviluppo delle rinnovabili in Africa nei prossimi cinque anni. Ma anche l’Italia ha deciso di investire un “chip” nel progetto AREI: proprio a Parigi il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti ha firmato un accordo con la AfDB per versare 8 milioni che andranno nel fondo per l’Energia Sostenibile per l’Africa (SEFA) gestito dalla AfDB stessa. Il fondo SEFA – che grazie al contributo italiano passa da un valore di 87 a quasi 95 milioni di dollari – è stato istituito proprio per affrontare i diversi ostacoli a uno sviluppo del settore delle energie rinnovabili in Africa, tra cui la mancanza di progetti bancabili sul mercato, l’accesso limitato ai finanziamenti per i progetti di piccole e medie imprese e gli ambienti politici difficili per gli investimenti privati nei settori energetici. Sono ostacoli titanici, certamente. Ma l’energia elettrica è assolutamente indispensabile a un miliardo di africani. Non sarà facile costruire 300 GW di rinnovabili in soli quindici anni; ma il mercato e la domanda ci sono. E, potenzialmente, c’è anche una colossale occasione di business.

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